«Corpo di Bacco, ma che cosa hanno fatto, dunque, tutte quelle brave persone che occupano cattedre universitarie, e che si sono procacciata bella fama negli studî di storia antica? Che cosa hanno fatto Giacomo Boni, Rodolfo Lanciani, Ettore De Ruggiero, Dante Vaglieri, Luigi Cantarelli, Iginio Gentile, Attilio De Marchi, Oberziner, Cocchia, De Petra, Pirro, Columba, Ciaceri, Niccolini, e, passando al diritto, che è tanta parte della storia romana, che cosa hanno dunque fatto Vittorio Scialoia, Carlo Fadda, e il Bonfante, il Pacchioni, il Costa, il Riccobono? Questi bravi signori, evidentemente, hanno scroccato fama e prebenda, se tutto il loro lavoro, per mole almeno, gigantesco, deve cedere il passo, che dico, deve senz'altro andare eclissato dinanzi alle dissertazioni di laurea di due ragazzi!»
Ma, lettor mio buono, quei due ragazzi uscivano dalla scuola del Beloch, dunque erano di fabbrica tedesca. Di fabbrica tedesca erano anche, secondo il Beloch, sebbene erano e sono italianissimi, il De Sanctis e il Pais, scolaro del Mommsen. Dunque, se l'Italia ha conseguito il primato negli studî di storia antica, gli è che un italiano s'è andato a perfezionare nel paese della birra, e un tedesco è venuto a insegnare nel paese del vino. Gli altri, senza bollo tedesco, sono un branco di ciuchi.
Che questo ragionamento lo facesse un tedesco, nessuna meraviglia. Un asino spalanca il gorgozzule, non chiedetegli un trillo di rosignolo. Avrebbe invece potuto far meraviglia che codeste castronerie si trovi in Italia una rivista che le stampa, gonzi che se le bevono, succubi intellettuali che le applaudono e fanno la corte a chi le ha scritte.
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Avrebbe potuto e potrebbe far meraviglia: ma non fa a chi conosca da vicino il feticismo per la Germania che imperava e che impera tuttora, per quanto opportunamente larvato, nelle nostre università. Mi sono un po' seccato delle documentazioni; e siccome documentazioni di tal fatta si rinvengono a prima vista negli scritti di qualsiasi universitario, stralcio dai miei ricordi personali qualche aneddoto ameno.
Tizio, discepolo, in una discussione di laurea, riferisce a Caio, suo esaminatore e filologo di grido, certe argomentazioni illogiche, al solito, e puerili, di un qualsiasi Eselkopf alemanno. Caio fraintende, crede che le suddette argomentazioni siano di Tizio; e, siccome fuori della filologia è persona di buon senso e di mente acuta, ne riconosce la goffaggine e la puerilità, e le combatte con finezza e con arguzia, divertendocisi, senza badare alle proteste di Tizio. Il quale, solo dopo l'intera confutazione riesce a far intendere che quegli argomenti non sono suoi, bensí di Eselkopf, e che egli anzi vuole confutarli. Momento di silenzio imbarazzato: e poi, incredibile se non l'avessi udito con le mie orecchie, gli argomenti di Eselkopf sono accettati come assiomi, e confutata animosamente la confutazione di Tizio.
Un altro filologo, a un giovine che gli ha inviato un volume di cinque o seicento pagine, risponde: «Ho letto con piacere il suo diligente lavoretto. Ha consultato l'opera del Wilamowitz?» (saranno state una dozzina di pagine sí e no).
Terzo ed ultimo aneddoto. Ad un esame, uno scolaro dice che sotto l'apparenza scherzosa le satire d'Orazio nascondono un contenuto serio. E il filologo professore, perentoriamente: «Un tedesco le ha chiamate eine lachende Satir». Capite? Mica Buecheler, o, che so io. — Un tedesco. Tanto nomini nullum par elogium. — E per non essere bocciato, lo scolaro dove' striderci.
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Ma — interrompe a questo punto l'arguto lettore, — e che razza d'uomini erano quelli invasi da cosí cieco fanatismo? Asini? Citrulli? Procaccianti?