—Figlio di un cane!… Accidenti a te e alla Francia…
Strilla l'offeso e un concerto di fischiate si fa udire per quell'aure.
I moblots si erano addossati ai lati della piazza, mettendo in fasci i loro fucili e intuonando ad ora ad ora la Marsigliese… ci voleva il loro coraggio!… Questi canti che mai eransi da loro uditi, durante il pericolo, fecero saltare a qualcuno dei nostri più bizzoso, il pulcino, e quindi lotte con scambi di pugni, subito appacificate dai superiori: qualcuno altro per far la burletta si divertiva a vociare: Les Prussiens, les Prussiens e compagnie intere scappavano, poco curandosi dei loro armamenti: ma allorché potemmo ammirare una fuga dirotta, si fu, quando un cavallo del treno, lasciato in balìa di se stesso si diè a saltare a scavezzacollo in mezzo alla piazza. Un grido immenso, un'urtarsi, un rovesciarsi addosso ai fasci di armi, una Babilonia insomma da far perder la testa.
Ricciotti era vicino all'arco di trionfo, battendo i piedi e sbuffando: poco più in là un volontario consolava in Italiano un bel fior di ragazza che si struggeva in lacrime; a poca distanza una guida per smaltire il malumore si divertiva a pestare i calli, di alcuni mobilizzati che si erano sdraiati. Il cannone era cessato: la notte era fredda, ma tranquillissima; un bel chiaro di luna faceva spiccare sul fondo stellato, nel quale errava qua e là qualche vagabonda nuvoletta bianca e diafana, le purissime linee della guglia di San Benigno… Le case non apparivano che incerte masse nere ad ora ad ora intramezzate da un lumicino, o dall'argenteo riflesso dei raggi ripercossi sui vetri: un chiarore confuso s'inalzava sui tetti.
O Digione, o Digione come mi apparivi cara in quel tristo momento!… Come mi si strinse il cuore al pensiero di doverti lasciare! Il sangue generoso dei nostri compagni morti nelle fertili pianure che ti ricingono ti ha legata all'Italia!… Le gentilezze che tu facesti ai suoi cari, le cure assidue, più che fraterne che hanno da te ricevuto i nostri feriti hanno a te legato l'Italia—Oh! venga il nemico—Io pensava tra me nell'esaltazione del dispiacere—venga e mi uccida qui, proprio sotto quest'arco… Oh! che io possa morire piuttostochè di accingermi a questa dipartita fatale, che mi fa sprezzare l'umanità, che mi fa vergognare di essere uomo.
—Su… su… non ci è tempo da perdere—Mi grida il foriere—Alla stazione.
—Partiamo col treno?…
—Sì nello stesso convoglio del Generale.
Con uno sforzo sovrumano arriviamo a varcare i cancelli: un'infinità di mobilizzati ed anche qualche Italiano, o di riffe o di raffe, pretendevano forzare la consegna e risparmiarsi, assoggettandosi a degli urtoni o al pericolo di qualche partaccia, una trentina di kilometri da farsi colla cavalcatura di San Francesco.
Arriviamo sotto la stazione: lì troviamo qualche aiutante del Generale, diversi ufficiali di stato maggiore e un convoglio a cui era già stata attaccata la macchina.. quel convoglio però non era per noi, esso era stato serbato ai feriti.