Perchè invece di una severità che non dà alcun resultato, non si cerca di ricondurre sulla buona via quello, che ne è lontano, a forza di cure amorevoli? Quando si è messo il colpevole nell'impossibilità di nuocere alla società, a che prò aggravare la mano sopra di lui, e incessantemente torturarlo?… Io fò una scommessa; se domani un domatore di fiere uccidesse così per ghiribizzo un leone che ha in gabbia, o si divertisse a martoriarlo a colpi di spillo, i filantropi non la farebbero più finita colle loro proteste: i giornali partoribbero articoli sopra articoli e se ne farebbe quasi quasi una questione di Stato. Qui invece abbiamo degli uomini che sentono, amano, che hanno peccato per inesperienza, per fatalità, ma che per ora non possono tornare a peccare: una delle due… o questi uomini si credono capaci di ravvedimento, o no: in questo ultimo caso uccideteli: nel primo cercate d'istruirli, fate loro conoscere quanto sia migliore la strada della virtù da quella del vizio, educateli col lavoro, metteteli in un'isola incolta e provvedete che quest'isola affidata alle loro mani, addivenga ridente, ubertosa… fate loro conoscere l'agiatezza, la calma, la soddisfazione del buono operaio, eppoi restituiteli alla società, che potrà a ben diritto vantarsi di avere acquistato dei buoni cittadini in quelli che fin ora non eran che rei!… Anche per legge fisica quanta più è la repressione, tanta maggiore è la reazione.
Chiedo scusa ai lettori di aver loro fatto ingozzare questa tirata, che a qualcuno farà l'effetto del cavolo in una merenda; d'altronde qui si parla di una carcere, qual migliore occasione per spifferare le riflessioni che si son covate in quella solitudine e in contatto di quei disgraziati?
In quanto a noi, grazie all'amabilità del capo guardiano dello stabilimento, fu cercato di renderci meno dura che fosse possibile la prigionia. Ci misero in sei in una stanza; lasciarono che si fumasse a nostro bell'agio: ci si passavano i giornali, dove tra le altre cose apprendemmo l'infame tradimento del generale cortigiano Bazaine: non ci era fatta alcuna restrizione nel mangiare e nel bere: ci si trattava insomma coi guanti, e inservienti e guardiani, lungi dal far pompa di quelle mosse scortesi di cui sì spesso e sì volentieri fanno pompa coi carcerati di bassa estrazione, si perdevano in scappellature ed inchini e venivano due tre volte per ora a domandarci, se si abbisognava di qualche cosa. Era compassione questa, o, piuttosto come succede in qualunque circostanza nel mondo anche là si venerava l'abito, anche là avendoci veduti insieme col Colonnello e per questo scambiandoci forse per uno stato Maggiore, si cercava entrare nelle nostre buone grazie, perchè si aveva la ferma credenza che eravamo pezzi grossi?… Io credo che quest'ultima sia la ragione più giusta e più esatta delle preferenze che si avevano per noi. Quell'ingegno ferace, che tanto predominava sugli altri per lo spirito d'osservazione e che così presto doveva esser rapito all'Italia, intendo parlare di Carlo Bini, nelle sue riflessioni sui prigionieri ha dettato delle pagine maravigliose per la verità sulle distinzioni sociali, che con scrupolo sono venerate ancora nelle carceri.
Povero!… t'hanno condotto qui, tu devi aver peccato di certo; va' giù nel buglione, là troverai degli amici e dei degni compagni… e spesso per spingerlo più presto gli si amministra gentilmente una pedata che il meschinello riceve, grattandosi il capo! Sarà innocente… E che importa?… Lo si manda giù tra la feccia, tra i borsaioli, tra i ladri d'ogni qualità e d'ogni risma; gli si fanno degli sgarbi premeditati, gli si ride sul muso quando protesta della propria innocenza; si tiene a stecchetto di pane, si fa mangiare mezz'ora dopo quella prescritta dai regolamenti, si cerca infine di rendere più triste, più penosa la di lui posizione: mai una parola d'affetto per lui, sempre un ghigno, sempre una maledizione… E se fosse innocente!… Per un signore poi è un altro paio di maniche: inchini, conforti, agevolezze: il caffè e latte la mattina, la bottiglia per pranzo, e qualche volta anche il the per la sera… oh, come è rispettata l'eguaglianza a questi lumi di luna!
Dunque, come ho detto, eravamo in cinque in una prigione. Gagliano, il Colonnello, mio fratello, io ed un giovinetto Perugino, che per la prima volta si moveva da casa, e che era innamorato come un ciuco di una ballerina cui aveva promesso per quanto prima l'anello nuziale.
Il primo giorno, non vedendo alcuna probabilità di un interrogatorio, non facemmo che scrivere. Scrivemmo al console, a una dozzina di deputati, a una mezza dozzina dì giornalisti, e perfino al Lanza: in tutti i nostri scritti si protestava contro la patente ingiustizia, di cui eravamo stati le vittime, e si scongiurava, affinchè fosse troncato quello stato penoso, che, temevamo, si prolungasse ancora per un lasso di tempo, non indifferente.
Uno dei nostri, che era stato diverse volte in prigione sempre per affari politici, ci iniziò nei misteri della vita non troppo geniale del carcere, e c'insegnò tra le altre cose un mezzo sicuro, per comunicare con gli altri infelici, quantunque fossero in stanze dalla nostra lontane: il nome tecnico di questo nuovo sistema di comunicazione è il cavallo; si attacca ad un sasso o a un pezzo di legno una cartolina, in cui si scrive, quello che vogliamo; si avvolge poi tutto ad un filo e dalla finestra si lancia, dove si ha intenzione di farlo recapitare; i prigionieri, nella solitudine aguzzano tanto l'ingegno, addiventano così maestri nella precauzione, che se si ingannano una volta sola, in questo nuovo bersaglio, si può assicurare che è una fatalità. Inutile il dire, che noi ci servimmo di questo mezzo spessissimo, e sul principio facemmo delle matte risate, alle spalle di qualcheduno il quale più che si piccava ad essere gran tiratore, più ne mandava di fuori.
"Come son lunghe, eterne L'ore del prigionier!"
Canta il tenore nel secondo atto del Pipelet, e se noi non cantavamo queste parole, se ne comprendeva però in quei momenti tutta la desolante verità. Addormentarsi colle galline, essere in piedi ai primi chiaror dell'alba; appena desti, eccoti ad assalirci la spaventevole idea di quattordici o quindici ore d'inerzia forzata; oh, almeno oggi tuonasse, infuriasse una gran tempesta… sarebbe una distrazione!.. Oh! se si avesse nel cuore la mansuetudine pecoresca del Pellico, chè potremmo passare ore intiere, facendo asceticamente delle contemplazioni sulle tele di ragno, che in sì gran numero e, a mò di tendoni, adornano la volta della nostra abitazione! Oh! venisse un nuovo carceriere gobbo, sbilenco, rachitico, o per lo meno tartaglione si potrebbe ridere qualche tempo per conto suo… Ma no signori, sempre i medesimi volti, sempre il medesimo cielo nè sereno, nè brusco, sempre qualche pezzetto di ragnatelo che ci dà fastidio, cadendo ed appiccicandosi sui nasi respettivi.
Si fece delle palle colla midolla di pane e ci si mise a giocare alle boccie… Ci si annoiava mortalmente; si tentava attaccare una discussione filosofica o letteraria… sul più bello un prolungato sbadiglio faceva uscir di carreggiata l'oratore e lo squarcio di poesia e di eloquenza finiva con una solita imprecazione, dove non si risparmiava nessuno. L'unico che vivesse estraneo a tutto quello che si svolgeva dinanzi a noi, era il giovinetto che tesseva omelie, ripensando alla sua bella ed ai dolci momenti che era solito passare con lei. A questi sproloqui, noi assumendo la dignità di uomini stagionati, e che hanno corso per tutti i versi la cavallina, facevamo tener dietro delle dissertazioni serio-facete, e dei consigli che le più volte facevano diventar rossa come una ciliegia la faccia del pudibondo giovinetto il quale terminava ogni suo dire, sacrando per tutti gli Dei, che la gentile fanciulla, malgrado tutti gli ostacoli, avrebbe finito per diventare sua moglie. E infatti, oggi tornato di Francia, ho saputo la grata novella del felice connubio che amore sparga sempre di rose il beato talamo in cui piange la ragione e la democrazia: che quel giovine infondo aveva cuore, e si entusiasmava per le idee generose.