Gagliano pareva poi, che avesse in corpo un'organino; cominciava a ciabare la mattina a bruzzico e durava a sfringuellare fino all'undici e anche a mezzanotte; se noi si dormiva lui non si perdeva d'animo e con una costanza degna di miglior causa, discorreva solo, trinciando l'aria con gesti agitati, e ripetendo ordini del giorno e proclami di là da venire: ei s'era fitto in capo di costituire una compagnia che si doveva chiamare dei cacciatori del Varo, egli l'avrebbe costituita, appena che ci si fossero schiuse le porte. La questura che seppe forse il progetto, e che, da abile maestra, sa quanto va maturato un disegno perchè possa riuscire, mentre dava la via, pochi giorni dopo, a tutti noi, riteneva in chiusa per altri tre mesi il povero capitano di quella compagnia, la quale, come direbbero le nostre donnicciole, restò sempre nella mente di Dio.

Ci si faceva prendere aria due volte per giorno: la prima volta lungo i corridoi circondati da terrazzini, da cui è intersecato lo stabilimento: la seconda su, in un piccolo belvedere dal quale si godeva di un colpo d'occhio incantevole. Sui muri dei corridoii, come su quelli della terrazza non si vedevano che scritti in lapis: erano ricordi, conforti scambievoli dei prigionieri: geroglifici indecifrabili, ma che forse contenevano rivelazioni per chi era d'intesa: accidenti alle spie e morte ai birri erano quasi sempre il ritornello obbligato di questi sfoghi.

Su in terrazza trovammo anche dei versi: quantunque si sia detto, e ridetto fino a sazietà che la solitudine fa crescere il bernoccolo poetico, anche a coloro che da mamma natura non hanno avuto un tal dono, l'apparizione di queste strofe fu salutata da noi con un hourrà clamoroso, che fece venire in fretta e furia i guardiani a domandar cosa fosse avvenuto. I versi eramo mediocri, ma giudicando dal modo col quale erano scritti, si poteva giurare che quello che li aveva vergati aveva fatto anche troppo e che aveva un'anima molto più sensibile di tutte le altre che si trovavano in quelle catapecchie. I versi son questi; ve li riscrivo tali e quali, chiedendo scusa all'anonimo autore dell'indiscrezione, e ai miei lettori qualora non andassero loro a fagiuolo.

Campanella che rammenti Al dolente prigioniero I dolori ed i tormenti Di una vita, che finì… Deh! Riporta al mio pensiero Le speranze d'altri dì.

Di quei dì, che una tranquilla Gioia al Cielo mi rapia: Fissa in Lei la mia pupilla Comprendevo la beltà, Comprendevo la poesia Sentia in cuor la libertà

Or son morto, o campanella Suona, suona a funerale Più non veggo la mia bella Più non palpita il mio onor Sul mio letto sepolcrale Suona i tocchi del dolor

E qui il poeta finiva e la parola dolor con cui avea terminato tu la vedevi ripetuta ai quattro angoli dell'ode!… Sia stato un malfattore colui che vergò questi versi?… Se anche lo fu, è certo che fu più infelice di quello che fosse colpevole!

Passammo altri due giorni in questa completa atonia; già tre giorni che eravamo separati da tutti, già tre giorni col timore che i nostri compagni avessero bruciato delle cartuccie contro i Prussiani!… Finalmente venne l'interrogatorio: un interrogatorio pro forma, dove ognuno rispondeva a casaccio tutto quello che gli veniva alla bocca, dove s'inventavano scuse così magre e storie così bambinesche, che sarebbero cadute al primo soffio di un accusatore, fosse anche il più dozzinale. Entrammo dal giudice colla speranza: si credeva che finito l'interrogatorio ci avrebbero rimandato: invece quale non fu la nostra sorpresa, quando ci vedemmo di nuovo rinchiudere nell'aborrita stamberga, che ci aveva accolto fino a quel giorno?

—Non ci mandano via che a guerra finita—Borbottò stizzosamente uno di noi.

Chinammo tutti la testa, che tale cominciava a diventare l'universale credenza.