—Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.
—Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene gli Italiani..
—Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni… Si figurino: in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro generale… e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure le belle strippate e le belle bevute!
—Empitevi tutti!—Esclamai io un poco irritato—Empitevi e così serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità pericolante.
Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò: noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città. Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in grossi caratteri era scritto: Sécours aux blessées; per tutto dove andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia, avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine, accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe funzioni, che si compiono oziando.
La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia: passando sul quai sul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere un bicchiere di vin caldo.
Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?… E invece di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?… Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di quei perduti che cadono avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi gli chiediamo solamente l'oblio.
Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era un'accalcarsi, specialmente di mobilizzati da far rabbia: a onor del vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore, da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza dei consommés e delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato, facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza, quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione dall'affetto.
Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti. Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver troppo amato la patria e l'umanità… ecco quale era lo scopo di queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di fate un'opera buona.
Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!… se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!…. bisognava vederle queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto, discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo, stringer loro cordialmente la destra.