Le guide si erano costituite a Dôle sotto gli auspicii del capitano Farlatti: da bel principio non furono che uno squadrone, poi due; poi tre: ed ora il quarto, come abbiamo detto pocanzi, era in via di gestazione; così Farlatti da capitano era divenuto maggiore; per terminare la campagna come tenente colonnello: nel momento in cui noi si arrivava, i primi tre squadroni facevano parte della Brigata Lobbia, ed erano con questo partiti alla volta di Langres. Come ben si vede, le guide facevano il servizio di cavalleria, e non erano incaricate minimamente delle missioni a loro speciali: per le esplorazioni erano sempre in giù e in su gli Chasseurs d'Afrique e gli Ussari; e ciò da un lato era più che naturale: pochissimi nelle nostre file sapevano parlare il francese e anche tra questi alcuni ne basticciavano solamente qualche parola a casaccio… ora era egli possibile che per questo mezzo si potessero sapere informazioni sicure, notizie esatte, ricevute dai paesetti dove trasitavano nelle loro escursioni? Le guide non dovevano essere un reggimento, ma tutt'al più uno squadrone, come era nel 1866, uno squadrone costituito dall'eletta dell'armata… pochi ma intelligenti.
Nel nostro squadrone poi era un vero bailamme: cinquantaquattro uomini con diciassette cavalli, di cui undici tanto malati da non potersi muovere dalle scuderie; nessun vestiario; tanto cavalli che vestiarii si aspettavano di momento in momento, i primi da Chambery dove Canzio e Tironi erano andati per levarli a Frapolli, i secondi d'Autun. Figuratevi dunque una cavalleria di persone in cilindro, in papalina e col cappello alla Pouff, eppoi ditemi che noi non avevamo qualche rassomiglianza, se non altro nella tenuta, con i celebri eroi del novantadue.
A capo di quest'accozzaglia di gente poco cavalleresca, almeno all'aspetto, era il tenente Ricci, buon patriotta di Forlì, ferito ad Aspromonte, e reputato assai dal Generale. Il Ricci però, se era tra i primi quando si trattava di condurre al fuoco i soldati, non si vedeva mai alla caserma e lasciava andare le cose, o male o bene, per il loro verso. Spadroneggiava per tale ragione al nostro comando, il sottotenente Miquelf, francese corto di vista ma pieno d'ambizioncine da femminuccia: sulla sua carta da visita si qualificava per ingegnere, per sottotenente e per ***… questa cuspide, mi rammento fece nascer discussioni tra noi più che ne abbia fatte nascere quella famosa che si vuole o non si vuole appiccicare alla facciata del Duomo. Miquelf era sempre in foreria a romper le scatole agli scribaccini e a dettare ordini del giorno. Un prestigiatore, congedandosi dalla società che lo ha onorato, suole fare apparir mazzi di fiori dalle maniche, dalle punte degli stivali, dai capelli, dal naso… il nostro sottotenente, senza essere prestigiatore, aveva un ordine del giorno nel berrettino, uno in tutte le tasche, uno sotto il panciotto, insomma un ammasso, una farragine di disposizioni, di preghiere, di comandi gli scaturivano da tutte le parti, e sciorinava paragrafi e pagine intiere di scritto, mezzo francese, mezzo italiano, e faceva sgelare, ogni pochino il foriere, facendoglieli leggere a noi. Tre appelli ogni giorno, la passeggiata ai cavalli, la fienata, il passamano, la guardia alla scuderia; a dar retta a lui ci sarebbe rimasto appena appena un poco di tempo per mangiare un boccone e invece… invece nella nostra caserma c'era gente come a una lezione popolare; le trombe che, secondo la sacra scrittura, fecero muovere le mura di Gerico non erano buone a far muovere verso il quartiere una sola Guida, e, se tu avessi voluto trovare qualcuno che apparteneva a questo rispettabile corpo, tu lo dovevi andare a cercare in qualche biliardo o in qualche caffè, o sulla piazza principale, dove delle gentili venditrici per spacciare Cognach e acquavite avevano innalzato delle baracche proprio in faccie al magnifico palazzo dei vecchi duchi della Borgogna. Tutti i servizi erano disinpegnati da tre o quattro zelanti di… farsi pagare dai commilitoni più o meno indolenti!
Nessuna notizia si aveva intanto sulle mosse del nemico; continuava e pigliava piede la voce che i Prussiani si riconcentrassero sotto gli ordini del principe Federigo Carlo per marciare poi separatamente verso il mezzogiorno della Francia, tagliar fuori il Bourbaki, e sbaragliare le nostre file e terminare così la campagna contemporaneamente alla resa di Parigi. Garibaldi continuava ad approfittarsi di questa tregua per concentrare a sua volta la piccola armata dei Vosgi. La brigata Menotti e Bossak erano in Digione: si temeva in quei giorni per Ricciotti, del quale non si sapevano sicure novelle, quantunque si bucinasse di scontri e di prigionieri fatti da lui: Lobbia erasi troppo inoltrato ed oramai era inutile lo sperare di congiungersi a lui. Canzio, coi soldati che avrebbe portato da Chambery e da Lione doveva costituire la quinta brigata; eransi anche radunate ventimila guardie nazionali mobili capitanate da Pelissier… ma di queste sarebbe meglio il non farne menzione: mai caricaturista può avere ideato dei tipi più grotteschi di loro; gli stessi popolani non potevano fare a meno di ridere in vederli passare: certe fisonomie di paura, certe arie d'imbecillità da non farteli dimenticare, neppure avendo la fortuna di campar quanto Matusalemme: Loro non vedevano che Tedeschi, non sognavano che agguati: gli Ulani si presentavano difaccìa alle loro immaginazioni alterate come le versiere e le streghe ai ragazzi; se passava un di noi ci affollavano con mille domande, alla quali noi rispondevamo sempre col dipingere la situazione con colori molto più foschi di quello che era realmente; e allora si vedevano picchiarsi il capo e poi andar via sconsolati e quasi piangenti: e quel che è peggio arrestavano a casaccio per spie persone onorabilissime e militari d'ogni corpo: un giorno ci volle del buono e del bello a salvare delle loro unghie tre delle nostre Guide, che essendo Pollacche, parlavano in modo da essere scambiate per Tedesche.
Sei piccole mitragliatrici (che non furono mai adoperate) erano state pure aggiunte all'armata dei Vosgi; il Colonnello Olivier, comandante dell'Artiglieria, ed il maggiore Sartorio del Genio avevano fatto qualche lavoro di fortificazione passeggiera sulle due colline di Fontain e dì Talant, e queste due formidabili posizioni, secondo tutte le probabilità, avrebbero dato molto daffare ai nostri avversarii, qualora ne avessero tentato l'attacco.
La fiducia insomma dei Digionesi in quel momento era giunta al massimo grado: difatti alla sottoprefettura ogni giorno veniva affisso un bullettino in cui Bourbaki annunciava una vittoria: Gambetta aveva fatto sapere a tutta l'Europa che l'uomo della situazione era venuto e che quest'uomo era Chanzy: le notizie di Parigi erano rassicuranti: Trochu giurava di tornare cadavere piuttosto che vinto: Faidherbe non si ritirava… il buon popolo che, malgrado disillusioni su disillusioni, ha sempre bevuto grosso, aveva tutte le buone ragioni di cullarsi in liete speranze. Eppoi tutti i giorni, il bravo colonnello Lhoste coi suoi Francs tireurs faceva qualche prigioniero e questi attraversavano Digione, e il popolino, sempre pronto a credere e ad esagerare, chi sa quali idee rimuginava di sicura vendetta e di più che sicuro trionfo!
La vita di quei primi giorni per noi non fu di certo una vita color di rose: il freddo era a trentadue gradi, tre sentinelle gelarono agli avamposti; molti volontarii erano negli ospedali assiderati in qualche parte del corpo e di più ogni giorno noi eravamo sconcertati dal tristo spettacolo di una infinità di bare e di casse da morto; il vaiolo ed il tifo infierivano, e, come se fosse poco la guerra, diradavano le file dei generosi campioni della libertà.—Se si torna è un miracolo—ripetevamo tra noi—qui ci è il tifo, il vaiolo e i Prussiani. Era tanto spaventevole l'idea di morire di malattia, che tra i flagelli che ci minacciavano si ponevano in ultima linea i Prussiani: la sorte voleva ben esperimentare la tempra dei giovani soldati e questi hanno resistito alla prova.
Basti il dire che si era tutti infreddati… Oh! la prosa desolante di una ostinata infreddatura! In certi momenti invece di essere tra seguaci di Marte, si poteva creder benissimo di essere in un ospedale di tisici al terzo stadio. Ma non cessavano per questo le burlette, ed era un ridere continuato alle spalle di qualcuno che se la prendeva, un avvicendarsi di prognostici di cattivissimo augurio che terminavano con una bevuta alla salute di tutti noi altri… anche questi erano mezzi per cacciare la noia di quei giorni monotoni! Eppoi Digione offriva delle distrazioni anche in tempo di guerra e coi nemici alle porte. Nel palazzo ducale eravi un museo, nel quale non facevano difetto artistici capolavori; l'arte italiana vi era degnamente rappresentata da alcuni quadri di Guido Beni, da una Sacra famiglia di Andrea del Sarto, e da piccole pitture dei Caracci e del Francia; una bellisima collezzione di litografie all'acqua forte, delle statue moderne di qualche valore, diversi busti di uomini celebri, tra cui quello di Piron, celui qui ne fut riên, pas même academicien, i superbi mausolei dei duchi della Borgogna offrivano a chi desiderava di ammazzare il tempo un divertimento geniale e istruttivo. Un bellissimo quadro di una battaglia era sfondato… ci dissero che autori di tale barbarie erano stati i Badesi nella prima occupazione; i soldati delle monarchie, quando vincono, diventano Vandali.
Una biblioteca, assai fornita di libri, dava un'altro passatempo a chi voleva far l'uomo grave: per gli scapati ci era il Caffè di Parigi, dove si beveva e si giocava: lì era il convegno del fior fiore dell'armata: lì vedevi l'elegante ufficiale di stato maggiore, lo svelto Franc tireur, mobilizzato sornione, lo scapigliato volontario, tutti affratellati davanti, a un banco di lansquenet, o in una partita al Carambolo.
Le prime ore della sera noi le passavamo al Restaurant, cianciando tra noi e mangiando e bevendo. Dopo si andava in una bottega di tabaccaio, vicina al nostro palazzo, cioè al palazzo della nostra ospite: bottega dove avevamo rinvenuto una gentile donnina, che ci incantava per il suo spirito e per la sua educazione.