Questa graziosa ragazza che la nostra buona fortuna ci aveva fatto incontrare, era figlia di un colonnello che era stato fatto prigioniero a Sedan; suo zio generale, era pur egli prigioniero e ferito gravemente a una coscia; ora la stava in casa della tabaccaia che l'aveva veduta bambina e che l'amava come una mamma. Parlava di piani di guerra con la medesima facilità che la quale un'altra donna parlerebbe di crochet, d'orli, o di ricami; non aveva alcuna fiducia del Bourbaki, disperava delle sorti di Francia e attendeva un combattimento per poter recar soccorso ai feriti, tra l'imperversare della mitraglia. Un tipo curioso, ma piena d'ardimento. Una volta diede in presenza nostra uno schiaffo ad un mobilizzato della Provenza, perché le aveva detto che era amica dei Prussiani; correva tutto il giorno per gli ospedali, spendeva le sue piccole risorse in quelle ghiottonerie che son tanto gradite ai convalescenti e si sdegnava se qualcuno le proponeva di accompagnarla in queste pietose escursioni: presto divenimmo di lei amici.. era tanto carina, che non avremmo meritato scusa veruna a trascurarla.
Dopo cinque o sei giorni, dacché eravamo arrivati, fummo rallegrati dai concenti più o meno armoniosi di trombe che suonavano marcie Italiane: era la legione Tanara, che veniva per fermarsi qualche giorno in città. I volontari marciavano come vecchi soldati e avevano un piglio guerresco da farteli cari; il primo battaglione era comandato da Ciotti; il secondo dal simpatico Erba; questo aveva una bandiera tutta rossa sulla quale in lettere d'oro stava scritto: Patatrac. I cittadini ogni poco ci fermavano per domandarci che significava quella arcana parola, e noi rispondevamo loro che significava ciò che era tanto bramato da noi, ciò che ora il procuratore del re non mi permette di far sapere ai lettori.
La maggior parte dei componenti delle legioni appartenevano alle provincie settentrionali d'Italia; tra gli ufficiali erano molti dei compromessi negli affari di Pavia, commilitoni e fratelli d'idea del martire Barsanti. Dietro pochi passi da loro io vidi l'Imbriani… Povero Giorgio!… Come io ti vidi contento, per aver raggiunto finalmente le schiere dei generosi difensori di quel principio che avevi sempre adorato!.. Con quale affetto tu non mi stringesti la mano, vedendo che io pure non avevo mancato all'appello? Eri giovane, forte: l'avvenire ti si dipingeva davanti con i colori più rosei, eppure un presentimento vago, indefinito ad ora ad ora ti sorgeva nella anima «chi sa per quanti di noi sarà tomba questa città» tu mi dicesti; e lo doveva essere anche per te; ed in mezzo al combattimento mi doveva giungere la novella della tua fine; che, ardimentoso come eri, tu dovevi morire tra i primi, ed io non era a te vicino per poterti dare l'ultimo bacio dell'amicizia, per poter raccogliere il tuo estremo sospiro!
Erano due anni che non ci si vedeva: ci avevamo lasciati ad un banchetto, dove si era inneggiato alla Repubblica e alle barricate, ora ci si doveva ritrovare per essere eternamente divisi. Eternamente!.. Oh! la dura parola per chi ti ha conosciuto! Ora giaci nell'Italia tua, vicino al tuo mare, sotto la volta del tuo splendido cielo, là dove la poesia di una natura sempre maestosa aveva fatto germogliare nel tuo cuore la fede per la quale ora giaci cadavere… Tanto meglio… non contamineranno l'urna del martire le codarde calunnie e le turpi accuse dei vili, pei quali noi affrontavamo la morte e che erano ben lontani da ogni pericolo.
Addio, giovane di tempra romana, addio figlio prediletto della democrazia… possa l'esempio delle tue virtù procacciarti degli emulatori ed il fiore della speranza sorga sul tuo sepolcro, o fiore più bello, troppo presto staccato dalla ghirlanda delle nostre speranze!
CAPITOLO XI.
Ricciotti arrivava in questo frattempo a Digione, dopo aver sostenuto diversi piccoli scontri con recognizioni nemiche, scontri in cui aveva sempre ottenuto indiscutibili vantaggi; il di lui arrivo fu per noi una vera festa: il giovine ed ardito condottiero che già erasi acquistata tanta gloria in questa campagna, troppo ci aveva fatto temere per il suo troppo coraggio ed era di troppa utilità al nostro esercito, perchè non ne valutassimo l'arrivo come un lieto avvenimento. Dipiù nella sua brigata noi avevamo amici carissimi: lo Strocchi, l'Orlandi, Cardini erano nei Francs chavaliers de Chatillon, squadrone di cavalleria che il prode e simpatico figlio di Garibaldi aveva organizzato dopo la memorabile impresa che aggiunse non poco lustro alle armi italiane.
Quasi nel medesimo tempo arrivava da Chambery il simpatico Canzio, portando seco circa duecento uomini, che uniti a quelli del deposito, a cui eravamo stati ascritti in principio, formarono un battaglione sotto gli ordini del maggiore Perla, battaglione che fu denominato dei Cacciatori di Marsala. Cavallotti, Rossi di Lodi e tanti altri generosi si trovavano in quelle file: essi avevano lasciato il Frapolli per essere in prima linea.
La gioia di questi arrivi fu per noi un po' amareggiata dalla notizia che i famosi cavalli che dovevano arrivare con Canzio, sarebbero arrivati due o tre giorni dopo… se ci avessero detto che non dovevano arrivare mai, saremmo usciti addirittura dai gangheri e chi sa quale determinazione avremmo preso!
Ai nuovi volontarii furono distribuite delle carabine Weincester, bellissime armi ma che forse esigevano un po' troppo perizia in chi le adoperava; avevano esse diciotto colpi di riserva, erano elegantissime e quando se ne vedeva una in mano di qualche Garibaldino, ci si affollava intorno a lui, e con noi si affollavano a bocca spalancata i buoni popolani della città; difatti nelle piazze, nelle vie principali tu non avresti veduto che gruppetti di gente, e in mezzo a questi un volontario che dava tutte le spiegazioni possibili e immaginabili in mezzo allo stupore e alla soddisfazione generale.