—Gli raccomando sbrigarsi!
—Non dubiti: vado e torno!
Materassi mi accolse con un diluvio d'imprecazioni, a causa del ritardo: l'imprecazioni arrivarono poi al grado superlativo, quando io gli mostrai lo stivale, preciso come l'aveva dato al mattino. Che fare? Tempo da perdere non ce ne era dicerto: bisognò prendere un'eroico proponimento, e con un rasoio spaccarlo sopra la fiocca… Se Materassi avesse saputo che doveva terminare la campagna con quello spacco, non troppo elegante, chi sa, se avrebbe avuto il braccio tanto fermo!
In due salti si arriva al quartier generale, i nostri compagni erano già partiti: si domanda alle sentinelle per dove hanno preso ed esse c'indicano la vicina strada della stazione; allunghiamo il passo e tentiamo raggiungerli: per la strada non s'incontra nessuno: tutto è calma all'intorno ed un combattimento non può essere ancora incominciato: meno male, pensiamo tra noi, sentiremo il primo saluto, ma più ci si avvicina, maggiore è il silenzio,
Fatto appena un chilometro, sempre per una strada, fiancheggiata da campi che ci sembrano incolti, e da estese pianure, su cui si alzavano a poca distanza da noi i due promontorii di Fontain e Talant, cominciammo a vedere dei Franchi tiratori, delle Guardie mobili, dei Garibaldini tra cui qualche Guida. Domandiamo il perché se ne tornano, ed essi ci rispondono che tra poco tutte le truppe rientreranno in Digione: che i Prussiani che erano alla viste, nonché avanzare, si son ritirati, e che gli Chasseurs han preso due cavalli ai cavalieri nemici. Queste informazioni erano più che veridiche: pochi momenti dopo, passava il Generale e lo stato maggiore; noi rientrammo in città, insieme alla legione Tanara, le cui trombe suonavano gioiosamente. Non si era trattato che di un falso allarme: un falso allarme equivale ad un appuntamento al quale manchi la bella dei nostri pensieri: io preferisco cinque battaglie, ad una sola delle ore penose dell'aspettativa.
Quella sera la città fu ravvivata da un chiasso dei più clamorosi: o male o bene si era veduto che dei Prussiani ce ne era dintorno a noi, e così avevamo acquistato la certezza di potersi levare il pizzicore dalle mani; non mi provo nemmeno a raccontare tutte le strampalerie che furono proferite: tutti volevan dir la sua su quella sorpresa dell'inimico: chi diceva che era un corpo sbandato, chi che avevano avuto paura, chi che credevano pigliarci all'impensata: in tutti però era certezza, che poco poteva tardare una battaglia.
La mattina dipoi, mentre eravamo a chiacchierare sul più sul meno sulla piazza delle Mairie, vedemmo il colonnello Bossi con due guide, e dietro a loro una diecina di prigionieri Prussiani. Appartenevano tutti al 61 Reggimento, e procedevano stupidi e mogi in mezzo a due file di popolo che non risparmiava di tanto ia tanto qualche espressione poco gentile al loro indirizzo. Cercammo avvicinarli: le maggior parte di loro bisticciava alla peggio il francese: ci parlarono delle loro famiglie, come ne parlerebbe un ragazzo lontano: ci chiesero con infantile curiosità dove li avrebbero mandati, e ci domandarono se era loro permesso di accender la pipa e fumare. Io ho osservato che nessuna altra categoria di persone è disposta a bamboleggiare, come i soldati: il pifferaro Scozzese tra l'imperversare della mitraglia a Waterloo ripeteva le canzonette delle montagne native; il coscritto bacia i ragazzi che incontra e gli porta in braccio con quella delicatezza con cui non son use a portarli le serve: il prigioniero, tra le schiere nemiche, spesso tra i fischi del popolo, si perde in che sa quali vaneggiamenti, e fuma imperturbabile. Così è: i regolamenti militari o sviluppano la malinconia in modo da render gli uomini stupidi, o gli rendono feroci più delle belve. Quanto saremo civili, quando avremo abolite le caserme, questo ricettacolo di gente che divora la parte più grossa del ben essere di tutti, a beneficio di quello di un solo!
Questo piccolo incidente ci rallegrò un pochetto, ma la nostra allegria crebbe a mille doppi per una buona notizia che ci fu comunicata ai quartier generale. In un piccolo villaggio poco distante da Fontain una recognizione Prussiana si era impadronita di centoventi capi di bestiame, è poi se ne era andata zitta zitta e quasi di corsa. Il coraggiosissimo colonnello Lhoste dei Franchi Tiratori da alcuni paesani era stato informato del furto che avevano commesso i campioni della Grazia di Dio e della legittimità. Appiattatosi con molti suoi uomini in una boscaglia attese al varco i predoni, e mentre questi se ne andavano sicuri e canticchiando a bassa voce certe canzoni che se erano tedesche, non avevano niente che fare colle ispirate melodie che si sentono sulle rive del Danubio e del Reno, una scarica a bruciapelo originò una confusione universale. Chi cadde nei fossati vicini, chi urlò come uno spiritato, qualcuno rimase ferito, e morti furono pochissimi… chiunque era in grado di farlo, se l'era battuta senza rifiatare nemmeno. Così fu ripreso tutto il bestiame, e il bravo Lhoste coi bravissimi suoi volontari tornò nel villaggio in mezzo alle benedizioni e agli applausi di quei paesani. Non ci era che dire: i Franchi Tiratori non potevano fare a meno di addiventare gli enfants cheríes delle popolazioni: già si sapeva come essi nel novembre avevano ritolto ai Prussiani, piombando loro addosso all'impensata, un centinaio di Garibaldini che traducevano prigionieri: già si sapeva con quanto ardimento essi disseminavansi nelle boscaglie e dietro le siepi, da dove con un fuoco alla spicciolata scombuiavano i nemici, più che, se si fossero trovati in aperta battaglia: già a tutti era noto come i Prussiani ripetessero sempre, che non avrebbero dato quartiere a questi bravi figli di Francia ed ai Garibaldini, mentre trattavano da buoni figlioli gli appartenenti alla Guardia mobile; insomma il nome di Franc tireur ispirava in tutti rispetto, e tutti si fermavano a veder passare questa eletta della gioventù francese che per guerreggiare poteva dare dei punti alla truppa più agguerrita d'Europa. Erano così svelti, così simpatici, così pieni di vita che c'era da andarne matti per l'entusiasmo!
Il battaglione condotto da Canzio a cui dei nostri erano rimasti soltanto mio fratello ed Omero Piccini, fu battezzato col glorioso nome di cacciatori di Marsala, e il comando ne fu dato allo strenuissimo Perla. I Cacciatori di Marsala, i Carabinieri Genovesi e alcuni battaglioni dei mobilizzati dell'Isere formarono la quinta brigata, al cui stato maggiore Canzio chiamò tra gli altri il Canessa.
Questi erano graditissimi avvenimenti per noi; ma il dolce ci doveva essere amareggiato e non poco.