La nottata passò, e nulla di nuovo ci annunziò il giorno seguente; i Carabinieri Genovesi tornarono dagli avamposti, le legioni italiane non si mossero neppure; per ora tutto annunziava riposo. Che giornata triste, uggiosa, pesante! il cielo era oscuro, la neve caduta nei giorni decorsi era ghiacciata, da un lato all'altro delle vie si poteva patinare e furono fatti sdruccioloni tremendi. Ci dissero di star pronti per il domani; noi trascorremmo cinque o sei ore a chiacchera davanti il camminetto fumando, ragionando di Firenze, che ci appariva come un sogno lontano e delle feste da ballo in cui saranno stati immersi i nostri amici, allora nel pieno sviluppo del Carnovale. Non si sperava che ci rammentassero: un giro di wals, una stretta di mano, un'occhiata procace per la gioventù d'oggi ha molto più attrazione della lotta tra l'Umanità e i suoi carnefici.

Andammo a desinare e trovammo la trattoria, più piena del solito; si assisero al mio tavolino Rossi, Squaglia, Piccini e Stefani: eravamo tutti uggiosi: pareva quasi si divinasse che erano l'ultime ore che si ragionava con qualcuno di quelli che erano tra noi.

Venne a noi vicino il Maggiore Pastoris, accompagnato da un'elegantissima signora: Pastoris ci disse che, quantunque in permesso, egli non aveva potuto resistere all'idea che di ora in ora potea nascere qualche attacco e che non poteva star più lontano da noi.

Bevemmo allegramente tutti: eravamo sul più bello degli anni, tutti ci si sentiva bollire nel sangue l'energia e l'attività.. non dovevano passare venti ore, e Pastoris, Rossi, Squaglia, dovevano esser cadaveri!

Ci ritirammo più di buon'ora del solito, nè, quella sera ci demmo alle baldorie, a noi consuete. Io non credo ai presentimenti. Napoleone a Waterloo preconizzava un secondo Austerlitz, ma o fosse il tempo, o la noia, o qualunque altra ragione, il fatto è che quella sera eravamo di pessimo umore.

CAPITOLO XIV.

Ed eccoci all'Epopea. O giorni sublimi, che resterete onorati fino a che il cuore dei generosi palpiterà alla memoria delle azioni magnanime e dei leggendarii eroismi, al rammemorarvi qual fremito nuovo non m'infondete in tutte le fibre!.. La penna trema nelle mie mani: troppo sono inferiore all'alto subietto!.. Eschilo solo, il possente cantor di Prometeo, potrebbe degnamente parlare di voi, giovani, cui rodeva il cuore, più tenace del favoloso avvoltoio l'inestinguibile desio di redimere l'Umanità: ma ad Eschilo sorridevano intorno le Grazie, abitatrici perenni degli incantati recessi della poetica Grecia, ma ad Eschilo ritornato dal combattimento non faceva difetto l'applauso ed il conforto dei suoi cittadini entusiasti, mentre noi, privi della scintilla creatrice del Genio, scriviamo tra gente che non comprende virtù, che ha pronti per noi i dardi avvelenati del sarcasmo e della maldicenza, che, sempre presta a giudicare una intrapresa dall'esito, corona di lauro e porta in trionfo i fortunosi al Campidoglio, ed accenna ai disgraziati la vicina rupe Tarpea.

Oh!.. questa umanità che dava in premio a Socrate la cicuta, a Dante l'esilio, a Galileo la tortura, la prigione a Camoens, il rogo a Huss e a Savanarola, e la forca a Jon Brownh, questa umanità può e deve serbare un assoluto silenzio sulle eroiche vittime della Borgogna: meglio così; il piagnisteo di plebi codarde, sarebbe un insulto a quei prodi, e dalle loro ossa sorgerebbe una rampogna all'ingnavia dei contemporanei; quando i vivi son morti, parlano un'eloquente linguaggio gli estinti; qualche volta un cimitero ha demolito una reggia. Giunto a questo punto supremo dei miei meschini ricordi, quanto mi grava il non aver sortito dal caso una di quelle intelligenze, che, come aquile, si elevano al disopra dello stupido gregge degli umani! Qui cade ogni scetticismo, qui ogni dubbio non che follìa sarebbe delitto. Esiste, esiste la fede, l'abnegazione, la virtù anche in questo secolo nel quale ci s'inchina ai subiti guadagni, alle problematiche fortune, all'oro, nel quale si calcolano i benefizi di una battaglia da quanto rialza la borsa.

Io ti ho veduta, o sacra primavera d'Italia: io ti ho veduta affrontar sorridendo la morte, correre incontro ai cannoni con la stessa vaghezza con cui una fanciullina corre a cogliere un fiore, accompagnare con guerresche canzoni il fischio delle palle, perdere l'ultima stilla di sangue, col volto ispirato, coll'occhio raggiante, come chi sa di riabilitare, morendo, l'umanità che lo spregia: io ti ho veduta e d'ora in avanti in mezzo alle delusioni continue, alle ambizioni codarde, ai vaneggiamenti ridicoli di questa società trista ed ipocrita, il tuo glorioso ricordo infonderà nuova lena al mio spirito, mi raffermerà sempre più in quei santi principii che mi sono di guida, mi farà affrontare, se pur ne è duopo, a mia volta la morte… La morte?.. Oh! ben felice chi la può incontrare col vostro eroismo!

Calate, o corvi dall'alte montagne e dalle folte foreste vicine… i re della terra vi apprestano per oggi un sontuoso banchetto: i re della terra son vostri degni fratelli, e non si mostreranno oggi dammeno della fama di splendidi, per cui l'inalzano a' sette cieli i cortigiani ed i giornalisti venduti. Da una parte è l'avvenire, la gioventù! dall'altra il passato, il calcolo freddo, impassibile come il destino.