“Fanta-Ghirò, persona bella, du' occhi neri, drento la su' favella: carissima madre, mi pare una donzella.„ Imbriani , La Nov.ecc., p. 539.
[17] Di questo verbo usato cosí assolutamente, reca noi lessici un esempio di Francesco da Barberino. Io me ne son valso non per comodo di rima o di verso, ma perché mi suona bene all'orecchio.[18] L'Ariosto, di Marfisa:
“Fu conosciuta all'auree crespe chiome, ed alla faccia delicata e bella.„
[19] All'erudito e cortese prof. S. Prato vo debitore della seguente canzone affatto inedita, ch'egli raccolse or è poco dalla bocca d'una giovinetta di Roncofreddo (circond. di Cesena), chiamata Maria Regini, la quale disse d'averla imparata a Bologna da un'amica sua. Eccola:
V'eran due belli amanti; 'l giovin fa un delitto: fu mandato 'n prigió. La bella giovinetta, vestita da Napuglió, lo va a troà 'n prigió. E quando la fu dentro, lo comincia a bacià: “Levati li tui panni, mettiti 'l mio vestí, che poi te n'esci fora, ed io rimango qui.„ Quando fu la mattina, 'n giustizia fu porté, e presto la fantina là venne esaminé. “Grazie, grazie, sor giudice, di vostra gran ragió; di condannà 'na figlia è falsa l'occasió.„ “Se vo' siete 'na figlia, fatemelo sapé.„ “Sí, sí, io so' 'na figlia lontana dal mio paé. Per no' esse scoperta, mi so' vestía da 'nglè.„ Quando fu la mattina, la fece scarceré. “Grazie, grazie, sor giudice, di vostria carità de liberà 'na figlia col proprio innamorà.„
Non manca il Prato d'avvertirmi come questa canzone sia quasi totalmente identica ad una romana data in luce dal Sabatini ( Riv. di letterat. pop., 1877, vol. 1, fasc. 1, N. 13), e come ne sia la forma alquanto bastarda, “cioè né del tutto italiana, né del tutto vernacola.„ Nessuno, credo, vorrà meravigliarsi di tale mischianza: ad ogni modo, giovi qui rammentare queste savie parole del compianto Imbriani: “Si noterà che i canti non sono quasi mai nel dialetto puro e schietto, contengono colori, forme e parole d'altri idiomi; quasi sempre forme e parole della lingua aulica. Fatto costante del quale non occorre indagar la cagione, e che risponde appunto al bisogno d'idealizzare il linguaggio, quando il pensiero che ci occupa è nobile ed alto.„ Vedi Canti pop. delle prov. merid., Torino, 1871-72, t. 1, p. X; e Rubieri, Storia della poesia pop. ital., Firenze, 1877, p. 226.
Del resto qui siamo, come ognun vede, lontani un bel tratto dalla romanza portoghese: qui l'invenzione, i particolari, ogni cosa è diversa: unica rassomiglianza il travestimento militare della ragazza. Questo canto in somma non entra, si può dire, per niente nel ciclo della donna guerriera; ed io non l'avrei forse riferito per intero se non ci venisse dalle Romagne, che sono, com'è noto, un di que' paesi “i quali finora poco o nulla diedero alla letteratura popolare messa insieme dai dotti.„ ( Fanfulla della domenica, A. III, N. 23, p. 8.) Poco diedero, perché poco vi si cercò; ma gli studiosi e gli amatori di buona volontà non vi perderanno certo né il tempo né l'opera. Ed io gradirei non si contentassero solo di rispetti e di stornelli: anche canzoni, o romanze, o ballate che debba dirsi, potranno raccogliere, se ci si mettono con pazienza. Anzi, giacché mi capita il destro, voglio riportare alcuni periodi di un recente scritto del mio bravo amico Guido Mazzoni, che dice, a parer mio, santamente: “È opinione comune tra i cultori e gli studiosi della nostra poesia popolare che lo strambotto, il rispetto, lo stornello fioriscano o, per dir meglio, abbiano fiorito (ché il popolo oggi ricanta piú che non inventi) nell'Italia media ed inferiore; la canzone o romanza nella superiore. Cito le parole d'un giudice molto autorevole, il Comparetti:—L'altra forma [quella della canzone] è polistrofa, non è esclusivamente italiana, ed in Italia non si trova che nel settentrione.—Che questo, detto in genere, sia vero non negherà nessuno; ma che la Toscana e l'Umbria non abbiano che liriche popolari, e non anche qualche canzone o romanza, non sono disposto a concedere io che piú d'una ne ho udita nelle nostre campagne. Dove, se è vero che i contadini si compiacciono vantarsi o lagnarsi di amore ne' brevi canti, usano pure rallegrare il lavoro con belle storie in strofette.„ ( Cronaca Minima, anno 1, N. 7, pag. 50.)
CONTE YANNO
( Conde Yanno )