( O caçador )[40]

Certa volta un cacciatore fu a cacciar, come solea; i suoi cani erano stanchi, e perduto il falco avea. Traversava un nero bosco, quando il giorno tramontò; a una quercia grande grande esso allora si appoggiò. Nell'alzare un tratto gli occhi, vide cosa da ammirar; una bella giovinetta su tra' rami alti posar.[41] Con gli sciolti suoi capelli tutto l'albero fasciava; col fulgor vivo degli occhi tutto il bosco illuminava. Ora dice la donzella (state bene ad ascoltar):

“Su, coraggio, o cavaliere; non ti devi spaventar. Una cara e pia regina a un gran re mi partorí: ero in braccio alla nutrice, quando sette fate qui a giacer m'han condannata per sett'anni, sette e un dí.[42] Oggi compiono i sett'anni; compirà domani il dí: teco prendimi per Dio; per Dio levami di qui!„

“Fa di attender fino all'alba di domani, o bella mia; voglio prima consigliarmi, consigliarmi con la zia.„

Gli rispose la donzella, (e ben disse in fede mia):

“Deh mal prenda al cavaliere che non usa cortesia; che mi lascia qui su l'albero, senza farmi compagnia!„

Sul suo ramo ella rimase; andò il giovine alla zia: quando fé ritorno al bosco, l'alba ancor non apparía. Tutta scorre l'albereta, ma la quercia non v'è piú; corre e corre e chiama e chiama: non risponde alcuno piú.

Scorge al fine in lontananza galoppar giú per la via di signori e cavalieri molto bella compagnia: seco portano l'Infanta, perché il giorno si compía. A tal vista il giovinetto cadde come morto al suol; ma riebbe tosto i sensi, e la spada sguainò.

“Ah chi perde ciò ch'io perdo grandemente è da punir! da me stesso ecco mi giudico; qui la vita vo' finir.„

NOTE