Il prete vuole ed impone le leggi immonde della rinuncia e della lentezza.

Così dovunque in questa nostra Italia sana e forte noi troviamo tante anime agonizzanti, stroncate: [pg!96] donne che non han saputo decidersi, che hanno amato l'uno e si son date all'altro, sperano nel terzo e si daranno al quarto. Sempre sbagliandosi, aspettando sempre con una cretinissima pessimistica valutazione della vita, condannate, condannati, incapaci di concedersi le assoluzioni fulminee e le liberazioni allegre dell'uragano, della pioggia, e del suicidio.

Per giungere alla concezione futurista del provvisorio, del veloce e dell'eroico sforzo continuo, bisogna bruciare la tonaca nera, simbolo di lentezza e fondere tutte le campane per farne altrettante rotaie di nuovi treni ultra-veloci.

La lentezza, il prepararsi quotidianamente ad una gioia lontana poco sicura che involontariamente l'immaginazione butterà poi al di là della morte in paradiso, questo paziente preparazionismo cattolico misticoide è molto simile al preparazionismo militare tedesco che è crollato ora — fortunatamente — in una grande sconfitta.

La nostra fulminea vittoria italiana, dieci giorni di offensiva e tutte le terre riconquistate, i sogni politici dei nostri padri colti al volo, realizzati, inchiodati, tutte queste glorie nostre sono anticattoliche. Finalmente la lentezza imposta dal prete è stata travolta. La velocità tempestosa del genio italiano ci libera da tutto un medioevalismo minuzioso a base di sacrificio, di sogno estatico, di mani mendicanti, d'inginocchiatoi, di diplomazie, d'irredentismi platonici e di nostalgie professorali. [pg!97]

Finalmente non guardiamo più dietro di noi i lontanissimi cortei di eroi romani. Ci guardiamo nello speccchio: noi, siamo noi. Gli italiani d'oggi veloci che a dispetto di tutte le prudenze storiche, a dispetto di tutti i pessimismi, balzati fuori da una famiglia cattolica mediocrista soffocata da ruderi illustri, fuori dall'elettoralismo miserabile di provincia e dalla taccagneria degli impieghi governativi, siamo noi che abbiamo sfasciate in dieci giorni — giocondamente come ragazzi — il grande esercito austroungarico invincibile nel sogno — giuocattolo fra le nostre mani potentissime, in realtà.

Questa famiglia provinciale col suo matrimonio ipocrita, il prete lurido custode, gli scorpioni del moralismo a tutte le crepe dei muri, bisogna al più presto col fuoco annientarla.

Dopo il fuoco, per spegnerlo, abbondanti sputacchi in velocità.

Il prete è fratello del carabiniere. Carcere del matrimonio indissolubile. Il divorzio e il libero amore sono due arditi pericolosi. Cantano quando gli altri dormono e spaccano sovente i vetri — ventri ai passatisti. È passatista colui che teme, che si acquatta, che non accetta responsabilità, che ricorda malinconicamente, che prende le idee dal quotidiano più saggio, che non osa interrogare suo figlio sulla sua evidente blenorragia, che crede cementare il sesso vivace della sua bambina sedicenne chiudendola in casa con catenacci di paternali idiote. [pg!98]

Mentre egli va — ipocritamente — a fumare la pipa in un bordello per narrare omericamente sull'origliere a una prostituta i difetti di sua moglie, sua figlia chiusa in casa spalanca la finestra e le gambe allo studente che dalla finestra di faccia le spiega la virtus latina.