Morto sotto le armi.
Umberto Boccioni.
Convinti di avere col genio profetico, il coraggio, il sangue e la tenacia collaborato ampiamente alla formidabile vittoria italiana, i futuristi italiani sentono oggi la necessità di partecipare direttamente alla direzione politica dell'Italia, lanciando in avanti un sogno rinnovatore infinitamente più audace e un programma di libertà infinitamente più rivoluzionario.
Il Corriere della Sera diceva nell'aprile 1917: «Purchè l'Italia non sia, come a volte pare, un organismo sociale sui generis, nè aristocrazia nè democrazia, ma gerontocrazia, una gelosa repubblica senile ove — salvo strabilianti eccezioni — è preclusa la strada a chi non sia tanto stagionato e infiacchito da non dare ombra a nessuno».
Sì: è così. È assolutamente così, ed è contro questa Italia schifosa — sostenuta in realtà dal Corriere stesso — che noi combattiamo da dieci anni.
Il manifesto del Partito Politico Futurista Italiano, pubblicato e lanciato l'11 febbraio 1918, dichiara:
«Bisogna portare la nostra guerra alla sua vittoria totale, cioè allo smembramento dell'impero austro-ungarico, e alla sicurezza dei nostri naturali confini di terra e di mare, senza di che non potremmo avere le mani libere per sgombrare, pulire, rinnovare e ingigantire l'Italia». [pg!19]
La nostra profezia, come altre nostre, si è pienamente realizzata. Il nostro ottimismo futurista molte volte deriso, combattuto da quasi tutti, ha avuto pienamente ragione.
Abbiamo le mani libere. Incominciamo dunque senza ritardo a sgombrare, pulire, rinnovare e ingigantire l'Italia, liberandola dal peso del passato e dello straniero.
Il Partito Futurista vuole una Italia libera, forte, non più sottomessa al suo grande Passato, al forestiero troppo amato e ai preti troppo tollerati: una Italia fuori tutela, assolutamente padrona di tutte le sue energie e tesa verso il suo grande avvenire.