Quelli fra voi che sono più ligi alla tradizione mi obietteranno che un simile programma intellettuale rimarrà fatalmente allo stato di utopia e di paradosso vano. [pg!215]

Arturo Labriola stigmatizzava in noi futuristi, poeti e pittori, la nostra tendenza a mescolare l'arte e la politica, per difendere l'orgoglio nazionale e favorire, insieme, il movimento ascensionale del proletariato.

Arturo Labriola mi sembra sia incorso in un pregiudizio, abbastanza naturale, data la novità, nella storia, del nostro atteggiamento.

Provatevi infatti a rispondere a questa mia domanda:

— Dal momento che noi dobbiamo a parecchie generazioni di uomini politici lo stato spaventoso di corruzione, di opportunismo e di comodo scetticismo affaristico nel quale è caduto a poco a poco il parlamentarismo italiano, noi, poeti ed artisti, che soli abbiamo conservato — per quella che io chiamerei una assoluta mancanza di mercato rimunerativo — la fiamma di un disinteresse assoluto, sotto la luce acciecante di un ideale di bellezza irraggiungibile, — noi che scriviamo versi, dipingiamo quadri, componiamo musiche, senza speranza di guadagno sufficiente, non abbiamo forse, noi, il diritto d'insegnare il disinteresse? E perchè non dovrebbe dunque essere permesso, a noi, di scacciare i mercanti dal tempio e di offrire i nostri muscoli e i nostri cuori all'Italia, in nome dell'arte?

Ci credete forse incapaci di praticità politica, per eccesso di fantasia? Certo non potremo, malgrado tutte le nostre leggerezze artistiche, far peggio dei nostri predecessori. Del resto, noi ci [pg!216] crediamo attesi dalla storia. Avrete senza dubbio notato, nello svolgersi degli avvenimenti umani, che ad un periodo di violenza idealistica e generosa succede sempre un periodo di mercantilismo egoistico ed avaro, come quello che attraversiamo.

Ora, noi vogliamo risuscitare lo sforzo passionale e temerario della razza che seppe realizzare l'indipendenza italiana, e faremo ciò senza l'eccitante alcool delle bandiere spiegate e delle rosse fanfare, noi, poeti ed artisti; senza ricorrere a nuovi sistemi politici, e solo spargendo il fuoco di un entusiasmo inestinguibile in questa Italia che non deve cadere nelle mani di scettici e d'ironici, solo elettrizzando di un coraggio accanito questa Italia che appartiene ai combattenti!

Voi mi direte, seguendo gl'insegnamenti di Giorgio Sorel, che nulla è più pericoloso degli intellettuali per gl'interessi del proletariato rivoluzionario. Ed avrete ragione, poichè oggi intellettualità e cultura sono sinonimi di rapacità egoistica e di oscurantismo retrogrado.

Ma noi artisti non siamo i così detti intellettuali. Siamo soprattutto dei cuori palpitanti, dei fasci di nervi in vibrazione, degli istintivi, degli esseri governati solo dalla divina, ubbriacante intuizione, e crediamo di essere, o siamo, tutti accesi del così detto fuoco sacro.

Abbiamo attraversato, senza fermarci, le catacombe dell'erudizione pedantesca; sappiamo [pg!217] quel tanto che basta per camminare, senza inciampare, e non inciamperemmo mai, anche se fossimo meno colti, poichè siamo dotati del sicuro fiuto della gioventù.