Abbiamo visto recentemente, con nostro grande dolore, uomini dagl'ideali altissimi e violenti subire a tal punto la snervante atmosfera di serenità coniugale, da rinunciare totalmente a qualsiasi audacia direttiva, per sprofondarsi scetticamente in una comoda poltrona — coltissimi fra i troppo amati, inutili ed amici libri — ed accogliere il nostro irrompere entusiastico col sorriso della più facile e scoraggiante ironia demolitrice. [pg!229]

Questa facile e scoraggiante ironia demolitrice, ecco il quarto vizio grave, profondamente italiano, dal quale deriva un disastroso misoneismo, opposto ad ogni arditezza, ad ogni sano ottimismo eccitatore; ecco il veleno tragico e gaio che inquina purtroppo la parte migliore d'Italia, voglio dire le popolazioni meridionali, le più ricche d'immaginazione costruttrice e di divinazione geniale.

È questa ironia, fatta di epicureismo, di spirito caustico, e di spensieratezza, che in un tramonto color di fucina, 12 anni or sono, davanti al Cimitero monumentale di Milano, cadenzava stupidamente, con un ritmo allegro di baldoria e di danza il ritorno di una massa rivoluzionaria che aveva accompagnata la bara sinistra di un operaio ucciso in un grave conflitto con le truppe.

Aveva seguito anch'io quella nera marea umana, schiumosa di faccie livide, su cui sobbalzava, come un funebre canotto, la bara, che i portatori curvi rendevano stranamente gambuta.

Sopra, si gonfiavano delle bandiere rosse, col movimento acceso e il respiro di altrettanti mantici enormi.

Fiamme di torce, come stracci di miseria sanguinante, oratori riformisti chini con la fiòcina per infilzare il viscido polpo del mezzo-termine; discorsi di una stomachevole moderazione, tali da far cadere per la noia le stelle e pel disgusto la luna, come un fulgido sputacchio!

Che schifo! Eravamo sommersi da un diluvio [pg!230] di consigli stupidamente paterni, ed era ben giusto che dopo una simile immonda commedia, la folla se ne ritornasse in città, verso il desinare, con ritmo di danza, cantando l'inno dei lavoratori, per accompagnare un secondo feretro: non più quello di un operaio ucciso, ma quello della Rivoluzione!

Ironia! Ironia! Vecchia ironia italiana!... Ecco la nostra nemica, da distruggere, da calpestare, a forza di entusiasmo, a forza di temerità, a forza di ottimismo, anche artificiali!

Operai! Guardatevi dall'ironia scettica ed egoista, vi liquefa il cuore nel giorno della giusta sommossa, e crea in voi quel vergognoso fenomeno che è il pànico dello squillo!

Quante volte, nei dieci anni di vita milanese che io ho condotto studiando quotidianamente il flusso e riflusso del socialismo italiano, leggendo attentamente ogni comizio come il più interessante e doloroso dei libri, quante volte ho arrossito, come italiano... ve lo ripeto: come italiano, al vedere delle ingenti masse operaie, agitate dalle più legittime rivendicazioni e da un magnifico desiderio di maggior libertà, delle ingenti masse di popolo, dico, prese fulmineamente dal più insensato spavento collettivo, al risuonare delle quattro note insolenti dello squillo poliziesco!