È qui, Josie, e languidamente beve, con un dolce alitare, i filtri soavi del sonno sotto la tirannia crudele di un'implacabile stella fissa…. Te ne ricordi, o mio cuore?… Appena te ne ricordi!…
Eppure, Ella mi amava con tutto il calore vibrante del suo corpo, con tutta l'anima sua che in fiamme azzurre moriva nei suoi occhi purissimi!… Mi amava ella con tutto il miele della sua saliva felice, quando le mie braccia si sforzavano di amalgamare le nostre carni ed i nostri poveri cuori errabondi!… Era soave, Josie, e certo non avrebbe pesato molto il portarla fra le braccia per tutta la vita, verso il gran nulla della vecchiaia… Eppure!…
Ricordo la terrazza ove scorrevano le nostre belle sere, sotto l'azzurro, entro l'azzurro odoroso delle glicine, tra il gonfiarsi e lo sbattere dei panni multicolori distesi sulle corde e che sembravano vivere a un tratto la vita ardente e gioiosa delle vele sul mare!… Gonfi di vento, i panni multicolori volevano forse rapire a volo la terrazza e invitarmi a fuggire vagando via pel rosato cielo della sera!
In un impeto pazzo talvolta afferravo le sue piccole poppe gonfie di desiderio, come si afferra ad un tratto una vela vibrante a un brusco salto del vento, per raddoppiare il suo slancio verso l'abbraccio impossibile d'un lontanissimo cielo.
Quando le mani mie trepide slacciando e lacerando ogni gentile ostacolo strigliavano il languore estenuato e la purezza del suo corpo, a saziarne in ogni punto l'angoscia lasciva, la voce sua si rompeva ad un tratto in disperate grida: —Io sento, caro, io sento che tu non mi ami!— Dimentica, o mio cuore, quelle grida desolanti e sogna ancora, piuttosto, le delicate stelle che certe notti venivano a carezzarci le labbra! Stelle addomesticate dal calore dei baci!…
Sulla soglia, Josie, a notte alta,
verso di me chinandosi, tese le braccia,
m'offriva le labbra e versavami in cuore
il suo languido addio e le lagrime
della sua carne!
Le sue labbra? Gli azzurri suoi occhi intrisi d'oblio?
… E non seppi goderne!… Ero cieco, mio Dio!…
Nei tepidi meriggi, a primavera, sulla soglia, Josie mi porgeva le labbra attente e gli occhi suoi, prigionieri adorati del mio sogno. —Sei tu, amor mio?… Brutte cose ho sognato!… … Ho sognato che i ladri mi rapivano la tua bocca per sempre!… T'aspettavo, arsa la carne nella tunica ardente di un desiderio terribile, ed ero sì ebbra della mia attesa sfrenata, da volerne morire! I miei baci errabondi creavan senza posa il tuo corpo nell'aria della notte!… Ma tu, ma tu che hai, amor mio?… Il cuore ti scoppia… tremi tutto… oh! perchè, dimmi perchè ti vedo ansimare così!…—
—Saliti ho i gradini a passi giganti, come si sale con la spada in pugno la scala d'una torre, per piantarvi una bandiera di vittoria! Josie, Josie mia, mentre salivo a te, simile ero allo spasimo accelerato della lussuria che nella tua carne so spingere a forza di carezze!… Simile ero allo spasimo che ti morde le viscere, e a poco a poco bruciandoti il dorso, annegandoti gli occhi, soffocandoti il petto d'angoscia e di piacere, fa scoppiar la tua bocca in un altissimo grido, e lancia alfine la tua anima in fiamme nell'Infinito!…
«Tutte le mète io voglio raggiungere, voglio balzare su tutte le cime, insanguinandomi l'unghie ai più inaccessibili greppi! Ho paura che il Tempo nero dai passi veloci a precedermi giunga sui supremi altipiani d'un Ideale assurdo! Odo il tempo pesante dall'ossa di bronzo cozzanti già risuonare sui miei sentieri, panoplia sconquassata dal vento dell'inverno! Voglio che quella rozza morente, dalle budella profonde come sepolcri, domandi grazia ai miei garretti instancabili! Oh! come colmar la mia sete di spazio e d'impossibile e la mia angoscia nostalgica sulla sua bocca conquisa? Giammai, giammai Josie le tue braccia soavi potranno incatenare questo cuore bramoso di confondere la sua follia con la follia sfolgorante degli Astri!…
«Oh! che faremo noi due, reclusi nel nostro amore, sotto il serico lacerarsi delle brezze primaverili, quando la Sera, crepitante d'un desiderio sfrenato, verrà senza pudore davanti a noi a spogliarsi, offrendoci le sue mammelle ignude? Un simbolo è dunque, là giù, in lontananza, quel gran fiume d'argento, che sordamente vuol strozzare con una larga carezza la Città ebbra e sì vecchia, e sì rugosa, e sì fragile, già presa nei nodi gordiani della vasta corrente squamata di lune molli?