I fischi funerei del vento squartano senza fine con l'accese unghie loro il cuor sanguinolento della macchina!…

Che il mio treno voglia forse disossarsi per mordersi meglio con avidi aguzzi denti, inondando gli echi del suo dolore irreparabile e gonfiando d'amarezza la notte ebbra delle lagrime contenute delle Stelle?…

Ah! no!… Non più singhiozzi!… Mi spezzi la schiena! Vuoi tu dunque, o mio cuore, commuovere fino alle lagrime gli echi femminei che un tempo conobbi sulla mia strada e che ancora m'attendono, in ginocchio, preganti come domestiche curve intorno a un'agonia… alla mia agonia danzante e frenetica?…

Il mio cuore trabocca, gronda il mio cuore d'un orgoglio fantastico e temerario impennacchiato di rumorosa ebbrezza e agghiacciato di freddo terrore come una coppa di champagne avvelenato!

La morte? M'annunciate la mia morte?… Lo so: laggiù, in quella città stretta dall'odio sotto il suo campanile alzato come un pugno nero…. lo so: nell'intestino fumoso di una viuzza, dietro la porta chiusa d'una bettola, la Morte m'aspetta… (È là ch'ella vive!) Essa, pezzente scarnita sotto i suoi stracci di nebbia, è là da sempre, seduta a una tavola, e tende al visitatore predestinato la sua faccia d'incandescente cenere, in cui sfavillano occhi di stagnante putredine!…

Orrore!… Mi sento sulle guance e nell'ossa il tenebroso brivido di un abbraccio mortale!

Serrate i freni!… Son rotti?… Che fare? Bisogna dunque che io abbandoni la pazza frenesia del mio treno alle ostili sdrucciolate del binario! Vedete? Come potrei rallentare il mio slancio ed il ritmo possente del mio cuore nero?

Esploro lontano, e vedo tettoie formidabili
dagli occhi di porpora, arrotondati dall'attesa,
che s'accosciano intorno alla fumida bocca
della stazione,
sulle matasse e le trecce dei luccicanti binarî…
Le sinistre tettoie a quando a quando oscillano,
come nordici pescatori dal gabbano incatramato
che agli scogli s'aggrappan, nello sforzo
di trarre a riva grandi reti ricolme di pesca…

Lo so: voi mi aspettate sotto i vostri sonori cappelli di latta dalla falda piatta, aperte le braccia per regger nasse immense, in cui presto (voi lo sperate, lo so!) il mio folle treno balzerà assurdo e guizzante come un pesce preso. Sono un pesce, lo ammetto!… Ma ribelle, ma invitto!…

Che! Nulla vi spaventa?… Eppur le mie rosse branchie soffian lontano un alito di fucina, e le raffiche sferzanti, che torcono i vostri cappelli di latta vibrante, sapranno atterrarvi!… Ebbene? che dite? Questo vento pesante non potrà soffocare il vostro violento ansimare?