Dio d'odio e di follia, dammi la forza d'arrampicarmi fino alla cima! Ecco: l'Alba imbianca le dirupate groppe dell'immensa scogliera… Coraggio, buon Walnur, mio fedele corsiero!… presto saremo giunti all'albergo di Satana! Berrai alle fonti di fuoco, ti ciberai dei biondi fieni dell'Aurora e di fasci di raggi fiammeggianti!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . In alto assai, sulla costa granitica, a cento cubiti a picco sul mare, un Cavaliere nero, grande, piantato ritto nelle staffe, tendeva le braccia verso l'abisso delle Notti… Ischeletrito dalla fatica e dalla fame, il suo cavallo aveva piegati i garretti posando il collo su la gelida roccia. Un'alba grigia e senza speranza, curva sotto le nuvole scarmigliate, trascinava sull'arco dell'orizzonte mammelle esauste, rugose… L'Alba avea tutto esaurito il latte divino della sua luce senza nutrire il Giorno neonato, che agonizzava trascolorando nella sua culla… E l'Alba come una mendicante singhiozzava battendo i denti, freddolosamente, nella ghiaia sonora della spiaggia…

Allora il Cavaliere, ritto, tendendo le braccia all'invisibile mare, con rauca voce gridò:

—Ho attraversata la terra, correndo alle calcagna della Felicità! Ho conquistato città, devastati reami, e ho ritagliato il mio desiderio, con grandi fendenti di spada nella pancia romoreggiante delle folle. Poi, ho spiato il mistero entro i lambicchi!…

La sua nera armatura era tutta fracassata… I suoi begli occhi, attizzati da un'estasi frenetica piangevan tratto tratto su la sua guancia cava una goccia di lava, ed il suo volto incandescente ansimava.

—Ho posseduto—gridò ancora— donne e donne, agitate da un'atavica foia, insaziate d'ebbrezza e di piacere… E a lunghi sorsi bevvi le loro inebbrianti nudità, liquefatte da un torrido amore.

«Ohè! Ohè!… Quali voci, quali martelli e quali campane van demolendo lo spazio a me intorno? È forse questa un'eco della mia voce rauca ripercossa dagli echi lenti e sonnolenti delle rocce?… . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ah! ah! son tutte le campane a stormo del Rimorso, ammutinate e lanciate a galoppo sulle mie tracce! Tutte le campane a stormo delle città che risuscitai, dando loro un cuor di fuoco e di follia!

«Ah! ah! mi ricordo che in un meriggio d'estate subitamente entrai nel silenzio d'un chiostro azzurro, tutto oliato d'ombra e di vecchio oro solare… Vi entrai regalmente, sul mio cavallo monumentale, come una Tentazione superba di Gloria e di Lussuria, altissima brandendo, la torcia del delirio!…

«Son esse, che corrono! Odo il loro rumore di vivente ferraglia arrugginita… Son esse: le Campane a stormo del Rimorso, povere martiri squartate, che rimasero lungamente inchiodate sulle croci dei campanili, e che una sera dall'alto ruzzolarono giù, coi cauti parafulmini e le piagnucolose banderuole dei tetti. Ah! Ah! sul mio passaggio, udii appena il frastuono delle campane, risonanti di spavento, lanciate a volo come casseruole d'oro dalle finestre d'una cucina imperiale incendiata!… Le ràbide Campane del rimorso subitamente balzarono in sella, e accanite m'inseguono, poichè tracciai strade vive di dolore, e gonfiai di singhiozzi il placido seno delle antiche città che respirano in pace sotto le stelle!… Ho addobbate di sontuosi incendii le loro mura, per passare, impassibile cavaliere di bronzo, sul mio cavallo monumentale, con all'elmo un pennacchio globuloso di tenebre che mèscesi alle scintille del fuoco notturno!

«Forsennate Campane del Rimorso! Campane a stormo del Passato, che volete da me?… Perchè accanirvi dietro alla mia corsa veloce?… Non avete sorriso, voi, d'una gioia infernale, non avete gioito, grondando di una rossa ebbrezza nelle profonde rughe delle vostre mura millenarie, al contemplare il mio bel volto di luce, mentre rizzandomi sulle staffe brandivo fino allo zenit la sfolgorante mia spada di arcangelo satanico… la mia bella spada, più agile d'un raggio di luna?