Camminavamo trascinandoci,
sanguinanti l'orecchie, come cani feriti a morte
che si dissetassero a pozzanghere putride,
fiorite già di stelle illusorie…
Fantasticavamo, prostrati
come mendicanti,
sotto il portico abbagliante della venerabile notte,
ove le tue frenetiche dita di flusso e riflusso
notarono le cronache distratte di tutti i disastri.
Ed io avevo in cuore il fastoso miraggio
d'un palazzo nero dalle cento torricciuole d'avorio
brandite contro l'azzurro, per tenervi chiusa e intangibile
la Sposa delle Spose, conquistata
al prezzo di tutto il mio cielo stellato di sogni!
Intanto i miei occhi esploravano,
in fondo al crepuscolo astioso,
tra le forche verdastre delle nuvole,
l'azzurrina profondità
delle grotte favolose…

Più tardi, al mio ritorno nella casa paterna, cominciava una dolce serata famigliare, sotto la lampada ch'erge il suo collo di fiamma arrotondando ali di luce sul desco, per covare i miei desideri tra lo scrollìo dei suoi raggi pennuti, simile ad una gallina dall'uova magiche, d'oro. Dall'ombra d'un angolo, allora, la mia rugosa nutrice sudanese cantarellava tristemente, con la sua voce gracile e nera, battendo in cadenza le mani più dure che nacchere. Nella soffocazione della sera traboccante di fuoco, la voce della vecchia istoriava il silenzio di leggende crespe come teste di negri, fendute da bianche risate e coronate di piume scarlatte.

Io m'affacciavo alla finestra, a quando a quando, per sentirti, o Mare, mormorare inviti a indefiniti passanti, come donna in un trivio…

Mare! Cortigiana sublime! Chi dunque nella tua burrascosa alcova ospiterai questa notte? Chi verrà a carezzare le minacciose spire del tuo corpo di serpente? Chi verrà a morsicar fino al sangue, in un rantolo di morte, le tue mammelle dalle punte di fuoco che scattan contro Dio, nelle tempeste?

Ad un tratto, sorgendo d'un balzo fra le rocce, o Mare, schiumante e selvaggio come un pazzo adirato, in sussulti di rabbia agitavi le tue braccia d'avorio, ticchettanti d'amuleti, e digrignavi i denti, ghiaia rimossa dall'onda… . . . mentre la Notte, piovra colossale dalle ventose d'oro, conquistava lenta la spiaggia.

4.

LE FUMATE DELL'ANIMA.

M'avvolse la Notte nella sua ombra, come nelle pieghe di un ampio mantello, prendendomi le mani fra le sue molli dita di pasta. A passi lenti io seguivo la Notte, vecchia mezzana, verso i sinistri bassifondi dell'anima mia, via pei vicoli postribolari delle mie vene, in fondo alla mia carne, città millenaria…

—No! No! Non voglio entrare nel vostro inferno!… Lasciatemi! Lasciatemi!… Mi fermo!…—

Ritti ad un tratto, agl'angoli neri delle viuzze, i miei Peccati favoriti ghignarono, barcollando come briachi… Scoppiavano dal ridere, i miei vecchi e luridi Peccati dalla magra faccia giallastra, a losanga, e dai lunghi occhi di liquirizia, dimenando la loro contorta figura di fumo… Scoppiavano dal ridere, or spalancando le bocche come forni ed or strizzandole in forma d'ombelichi!… Ero, me ne ricordo, al quadrivio della mia defunta volontà.