—Buona sera, Marinetti! La strada che prendiamo rasenta la villetta.
Ci avviammo, ma dopo un chilometro eravamo impantanati fra filari di vigneti, rovine di case e campi allagati. Tutti i cavalieri appiedati, guidando per mano i cavalli che affondavano continuamente nella pece saponacea del terreno. Urti e scossoni infiniti, bestemmie, comandi non ascoltati, ingiurie, gomitate, calci di muli. Un cavallo s’impenna e resta preso colle zampe in un reticolato. Un mulo non si districa più dai filari. Un altro è crollato giù nel fosso profondo. Beve. Si gonfia d’acqua. Una corda! Occorrono delle corde per tirarlo fuori! Io supplico il capitano Raby di fermare la nostra squadriglia. Le ruote della mia blindata sono incastrate nella mota.
Rrrrrr di motore, tin zin zan zang di casse di cotture.... «Accidenti, fetente, mascalzone! Metti una corda sotto la pancia al mulo! Chi è quel porco che ci ha cacciati in quest’inferno? Sarà una carogna imboscata!».
Giù bestemmie nel flic-flac delle pozzanghere. Tutto si pigia, si urta, urla, capitombola e ingiuria nella notte buia che vuol perfezionare l’impantanamento con una sua pioggerella lenta lenta. S’inzuppa così di lagrime nere la villa piena di fascino tragico. Questo pantano forse non è che povera carne tumefatta intorno a quella ferita dolorante. Le blindate sono ferme, invischiate. A cento metri il lume di una fattoria. La svegliamo con grandi urli. Nell’impossibilità assoluta di ricevere e domandare ordini, il capitano decide di aspettare l’alba. I miei amici, temendo i pidocchi, dormono in blindata.
Io sono affranto e sfidando gli insetti accetto una strana ospitalità nel granaio della fattoria trasformato in dormitorio. Sembra quasi la camera nuziale di un sultano. Diciannove materassi occupano tutto l’impiantito. Sui diciotto occupati, diciotto donne, d’ogni età e d’ogni calibro. Nella penombra le vocine giovanili mi invitano.
—C’è un letto, uno solo, un materasso per lei, tenente! Siamo in diciotto donne; se non ha paura, venga pure!
Mi coricai. Ricominciava l’impantanamento, ma questo allegrissimo. Nessuno poteva dormire. Troppe pulci. Chiamiamole pulci! Troppi aliti. Non tutti primaverili! E c’erano i buoni profumi della carne giovane, ma anche alcuni puzzi che mi pugnalavano le nari di tanto in tanto. Molta allegria e i rubinetti della chiacchiera veneta tutti aperti. Una mi raccontava naso a naso tutte le canagliate austriache senza dimenticarne una. Forse mi addormentai per mezz’ora, due o tre volte. Mi scoteva, dovevo ascoltarla. Alla mia destra c’era una bella ragazzotta alquanto polputa. Indago. Esploro, ride. Incomincia il gioco del solletico. Nel buio le donne anziane sbuffano, discutono, complottano contro di me; ma le giovani mi difendono. Se qualcuna si ribella, le altre in coro: «Lascialo fare, lascialo fare, siamo tutti italiani! Evviva l’Italia!». Ad un tratto tre moraliste si slanciano su di me e tra il serio e il buffo mi tirano per le gambe. Tentano d’imbavagliarmi con un cuscino. Sarei disposto a far la fine di Desdemona, ma puzza troppo il cuscino. Mi libero con un pugno che disgraziatamente finisce in un occhio a un marmocchio.
XX.
LE FORZE DELLA GIOIA, DELLA PIETÀ
E DELLA VENDETTA
Balzo in piedi, sveglio i compagni che dormono ognuno sul suo volante e subito con sforzo nel rombo bronchiale catarroso dei motori inferociti ci svincoliamo dal pantano. Via, via a grande velocità verso Polcenigo. La cavalleria non potrà così presto disimpegnarsi. Saremo soli, primi, anzi primissimi, nell’inseguimento dell’ala sinistra austriaca che si ripiega sul Tagliamento.