Menghini è al volante: muscoloso, ventenne, veneto begli occhi scuri intelligenti, faccia entusiasta di bambinone innamorato della vita. Adora le donne e il vino senza cedere loro nulla d’importante. Scherza sempre ma ripiglia a volo la sua allegria e le sue burle spensierate per identificarsi col volante e col motore, fusione perfetta. Mi piace perchè armato d’istinti sicurissimi. Guida come si nuota, coi suoi nervi ramificati e vibranti su tutta la superficie della macchina. Sa che la corazza della ruota di destra passerà esattamente a due centimetri da quel carro.
Menghini questa mattina è loquacissimo; la gioia della vittoria gonfia di calore inebriante il suo corpo giovanile. Lo ascolterei volentieri, ma temo gli straripamenti della sua immaginazione. Dobbiamo combattere ancora. Perciò calma e poche parole. Seduto alla sua sinistra, colla schiena presa nella cinghia-spalliera, mi sporgo di tanto in tanto dallo sportello di sinistra aperto per spiare l’alba che s’affretta.
Si leva il vento, non piove più.
Sprizzano qua e là le prime luci bianche quasi rosee, vorrebbero essere rosse, come le risatine frenate d’una educanda che indovina nel discorso severo della suora notturna l’immancabile annuncio del perdono e della dorata ricreazione ventosa. Vaste, morbide, fresche letizie di luci sugli orti e sui prati come guance d’angeli in Paradiso sognate dai dannati sotto i trapani dell’inferno.
Tengo la gamba destra allungata sull’invisibile acceleratore delle velocità spirituali, la gamba sinistra fuori dallo sportello di sinistra, piegata sul predellino.
I bersaglieri ciclisti del colonnello De Ambrosis ci raggiungono pedalando a destra e a sinistra.
Il cielo lavato sembra abbia pareti di maiolica. Il vento con gomitate e rabbuffi spazza via all’orizzonte l’ultima nuvola rossa-nera-avvinazzata poi passando leviga la vallata davanti a noi, purissima conca di smalto verde. Vasca tiepida per raffinatissimi piaceri di carni ignude.
Una voce di donna sale da un prato e dondola sopra di noi, morbida amaca. A sinistra rombi di cannonate lanciate a cavallo dei lontani monti trentini. A destra il profilo di una collina intrisa di sole s’immerletta di cavalleria.
Lentezza ieratica, estetismo professorale, solennità assurda di quel corteo medioevale che sembra cerchi dei castelli antichi. Uno svolto della strada mi permette di riconoscere il primo squadrone che scende seguendo la cresta di una seconda collina, in un quadro di Carpaccio. Rasenteremo fra poco il primo plotone. Ecco Franci! O almeno mi pare. Sì, è lui! Profilo elegante di bel cavaliere sul suo alto, magro irlandese da guerra. Ha la testa piegata indietro. Guarda il cielo. Offre, forse, la faccia disperata a una possibile palla pacificatrice. Sparisce. Quel corteo medioevale di cavalieri persiste nella mia mente come un gran fregio scultoreo sul frontone di un tempio, s’impolvera come un quadro nella penombra di un museo poi crolla al rombo della mia macchina futurista.
Ridono le cento e cento ruote veloci dei bersaglieri ciclisti. Grandi domeniche sportive delle democrazie, scodellate fuori dalla città in ciclismi violenti accaniti nutriti di polvere-sudore! Gioia popolare dell’aria aperta e dei polveroni solari fuori dalle città-prigioni-officine-caserme, lanciata ora verso litri di vino rosso da spaccare sulla testa del Cecchino bettoliere sotto pergole di granate esplodenti!