Furia schiamazzante di contadini romagnoli in biciclette all’assalto del prete pidocchio nero insradicabile da sradicare dal materasso delle città! Le osterie che sventagliavano nei crepuscoli le canzoni lunghissime trascinate, ubriache e ubriacanti di malinconia, sono spente. Questa più grande, un tempo affollatissima, porta come insegna il motto Invidia e crepa. Ha perduto il ritmo ansante del gioco della morra.

Cinq du sett vott tri

Ma si consola col: «Primo pezzo! fuoc!» della batteria che spara nel suo orto scaraventando a 6 mila metri zuffe di acciaio avvinazzato.

Il polverone è un eccitante lirico. I rasoi del vento gelato mi fanno la barba. La mia blindata canta i record mondiali dei motori + il lavoro di mille operai + ingegneri e ufficiali improvvisatori geniali + Perrone Ansaldo e Fiat in lotta + la gloria di Nazzaro velocità onnipresente + superiorità del genio italiano + praticità italiana + futurismo italiano.

—Ho verificato tutto, mi dice il sergente Locatelli dietro di me. Gli scaffali-nastri in ordine, sembrano una libreria. Nastri lucenti cassette di petardi tutto a posto. La cupola girevole funziona bene. Non un centimetro di spazio perduto. Il telo-tenda cinghiato nel fortino di poppa non ingombra.

Voltato a metà, controllo nastri, serbatoio, caricatori, ogni cosa amata, ogni cosa preziosa con l’affetto che mi lega a questa stupenda e veloce alcova d’acciaio.

—Guardi! mi dice Menghini.

Attraverso l’occhio orizzontale della macchina sotto la palpebra metallica un po’ alzata vedo sventolare sul cofano, a prua, il gagliardetto triangolare tricolore e il suo motto d’oro «Vincere o morire» scintillante nel primo raggio di sole. Zazà che dormiva in uno scaffale-nastri si sveglia.

Sporgendomi dallo sportello di sinistra guardo dietro di me la sua piccola testa intelligente che abbaia bevendo il verde-roseo vento della corsa nell’aurora. Ghiandusso in piedi sul serbatoio di benzina ha cacciato la testa nella botola osservatorio della cupola e grida:

—Come è bella l’Italia, signor tenente!