—E’ la prima volta che la vedi?
Valli, vallate, campi arati e praterie, tutto intorno a noi si imbeve di sole con una avidità verginale, s’imbeve d’un ardore italiano che certo sembra nuovo alla carne dell’uomo piena di tenebre schiave e alla fibra dei vegetali che non amano dare succhi allo straniero.
—Ascolti il motore come va bene, dice Menghini.
Rumore puro ritmato perfetto. E’ quasi un canto. Languido, languido vellutato, un po’ lamentoso per estrema dolcezza, quando il motore fa da freno in discesa. Ora si sale. Ne gioisce il motore e al suo rumore aggiunge flauti, clariiini, violiiini. Poi nitriiiti, nitriiiti di tutti i cavalli scalpitanti che contiene. L’armonia si completa col cigolio di tutte le costole d’acciaio. Vibrano, le giunture metalliche. Pare sul rrrrombo del motore il festante cicicicigolio di mille passeri giulivi che la blindatura imprigioni come una gabbia volante. Quei passeri d’acciaio vogliono gareggiare coi passeri sbarazzini che godono il verde della campagna intorno! Eppure ora non decifro più le origini di questo rumore confuso che certo ha per base il rumore del motore, tanto si è arricchito d’altri suoni ed è divenuto umano. Ampio rumore febbrile, dilagante, flebile e aspro che ora s’avventa, c’investe come una ondata.
—Polcenigo! grida Ghiandusso... tutti i borghesi corrono nella campagna, verso di noi! Donne, bambini... Quante donne!
Vivaaaa! Italiaaaaaa! Vivaaaaa!
Aaaaaaa!
Sento un tuffo di gioia brutale nel cuore che mi rimbalza in gola. Via, fèrmati, cuore mio, se non sei un cuore di donna! Il cuore sotto la morsa della volontà cede ma subito piange silenziosamente, quasi muore in un vasto lago di pianto.
Come frenare questa gioia cara tiepida soave che mi punge gli occhi? Gioia intrisa di pietà e di angoscia!