Ma la messe gioconda di braccia e facce impetuose non cede, s’infittisce, vorrebbe fermarci, abbracciare, strangolare d’amore la blindata. I miei occhi pieni di lagrime che non riesco a domare ammirano per la prima volta il fantastico Giardino delle Gioie. Tutte le gioie della Terra e del Paradiso: Gioia di quella faccia di vecchio con le sue rughe finalmente distese, riposate stirate come dal massaggio di una contentezza assoluta. Gioia di quegli occhi verdi di bambina sedicenne che beve, beve colla bocca e sui denti brillanti la pioggia continua delle lagrime. Gioia della madre che mescola il suo pianto al pianto del suo pupo rosso. Anch’esso sgrana gli occhi davanti al dolce sovrumano, sognato nella culla della fame invernale. Gioia di quella faccia maschia che si apre ancora tutta tôrta, spremuta dalle mani dell’accanita nera Lavandaia! E i cani ispirati che si arrampicano a leccarmi le mani. Zazà si slancia con invidia e li morde. E quel vecchio dal viso come venuto di lontano, dissepolto. Mi guarda dal fondo nebbioso del suo anno di dolore che attendeva. Ha le spalle affrante cadute giù, le braccia aperte come le madonne, le mani morte sorto il peso della gioia di piombo!

Cristo, Rabbi vestito di miracoli e di pazzia benefica, Tu che hai mutato in vino l’acqua delle giarre e moltiplicato i pani e i pesci nel convito dell’amico tuo, Cristo, Cristo, tu che hai bevuto a larghi sorsi la gratitudine delle folli guarite, guarda guarda il giardino stupendo delle Gioie sovrumane che abbiamo creato! Certo tu c’invidii, noi liberatori di città! Devi, devi invidiarci! Sento che devi invidiarci!

Hai mai veduto simile fioritura di gioia?

Non l’acqua, ma il fiele, il fango e la bile avevamo, e tutto mutiamo in roseti! Per noi, con noi, il Sole liquefa i suoi raggi in sovrabbondanti capigliature di liquido fuoco sulle campagne beate. Tonde reti di raggi. Guizzano, si slanciano, mille corridori felici: corrono, corrono incontro a noi, Erba felice che si mescola di gioia ai capelli ricciuti dei bimbi nei capitomboli d’oro. Capelli foglie mani palpebre di gioia! Agili arbusti vibranti come quella bambina pazza di gioia alla terrazza. E ciglia lunghe imbrillantate dalla linfa d’amore che sale dal centro della terra a dissetare le città arse dal Dolore:

—Largo, largo, vi prego lasciateci passare, lasciateci passare, abbiamo fretta di prendere quelle canaglie!

—Sì, sì signor tenente, ma vi potete fermare.

Si sono trincerati sull’altra sponda del Cellina. Sono partiti di qui ieri sera... Sono sul Cellina, li ha visti mio marito.

Menghini fa rombare il motore e si apre un varco. Via, via a tutta velocità fra le penne di gallo e le facce scintillanti di sudore dei bersaglieri ciclisti che ci hanno raggiunto. Rrrrombi, rrrombi burbanzosi dei motori fra il zin zin zin zin delle biciclette tascapani e baionette sbatacchiate.

—Massacrateli, massacrateli tutti, grida una donna coi pugni tesi.

—Vivaaaaaa Italiaaaa!