Fuori dal paese sui globi rotolanti del polverone dorato una visione ci magnetizza. E’ una chiesuola, un’umile chiesuola sopra un poggio che domina la strada, ma è bagnata d’una luce spiritica estatica, lunare e solare insieme, una luce d’eclisse o di terremoto. Realmente vediamo, vediamo realmente la chiesuola presentare le armi con tutte le croci e tutte le lapidi del suo piccolo cimitero arrampicate in fila lungo il muricciolo, metalli arruginiti e marmi antichi, così raggianti di gioia al sole da sembrare nuovi e un po’ ebbri di sfarzosa novità!

Aviano ci ha sentiti venire e prima ancora di scorgere laggiù il profilo del campanile e delle case sghimbesce vediamo la strada coprirsi del suo popolo accorrente.

—Benedeeeetti! Benedeeeetti gl’Italiaaaani! gl’Italiaaaani!

Entriamo nel paese in un frastuono assordante quasi sospesi sulle ondate del popolo. Il capitano Raby mi sorpassa facendosi largo colla sua vetturetta e col braccio alzato ordina di fermarci. Rifornirsi di benzina e ripulire i motori. Io scendo. Preso, trascinato via dalla folla agitata affannosa che non dà tregua, insiste, vuole, interroga, racconta, racconta, racconta. Le donne mi opprimono.

—Hanno portato via tutto tutto, tutto! Le campane! anche i parafulmini! e dicevano: Abbiamo comprato tutto il Friuli e tutto il Veneto dai vostri Generali. Non vi lasceremo che gli occhi per piangere... Oh! gli ultimi 3 giorni, signor tenente, che strazio!... Gli ufficiali hanno ordinato ai soldati di portare via tutto. Requisizioni di giorno e di notte. Sì, anche la notte. Hanno puntato la baionetta sul cuore di mia mamma! Hanno preso tutto rame, bestiame, grano, urlavano: O ghent o caput! o denaro o morte! Muss, muss vuol dire: per forza! Noi li chiamiamo muss quelle canaglie... Se sapesse! un anno, un anno... Fingere ogni giorno, per non morire! Ma dentro c’era l’odio, quanto odio, signor tenente! Il prete è stato buono con noi. Aveva molto coraggio. Io gli dicevo in confessione: Sono colpevole di avere molto odiato. E lui: «Chi hai odiato?» Rispondevo: «Gli austriaci» «Oh allora» mi diceva don Luigi, «allora è inutile che continui la confessione, sei perdonata di tutti gli altri peccati...» Quelle canaglie volevano prendere le ragazze. Hanno tentato, i primi giorni. Un pomeriggio i prati tutti intorno erano pieni di urli di donne violentate!

—Sì al sole, al sole, ho visto io, dice un vecchio balbettante.—Uno teneva le gambe aperte della ragazza e l’altro si metteva sopra. Ma mia figlia non l’hanno toccata. Ringrazio la Madonna. Gli ha strappato coi denti un baffo, a quel porco che l’abbracciava... Per un mese il colonnello mi ha rifiutato la sporca razione di grano e di pane nero!

—Sono io, io che gli ho portato via il baffo coi denti! Erano tanto brutti, tutti. Colle lenzuola rubate facevano vestiti bianchi per ufficiali... Colle lenzuola di grossa tela ruvida facevano le scarpe! Sembravano Arlecchini! E le donne, le loro donne, li aiutavano nelle requisizioni. Tutte puttane con la fascia d’infermiera. Ce ne sono ancora tre!

—No, sono sei, bisogna massacrarle! Le pianterò gli spilloni negli occhi. Dicono che sono triestine, ma sono slave o austriache, bestiacce!

E’ una forte friulana bruna che parla così, grandi occhi azzurri nel viso sensuale infuocato dall’ira. Mi tira per il braccio. Sono in un fiume di popolo esasperato, pieno di rancori che scoppiano in moralismi esagerati. Intuisco anche basse invidie camuffate di patriottismo e sento l’urgenza d’incivilire, frenare questa massa pericolosa.

—Ecco la casa di una di quelle puttane!