—Lo so, lo so. Sono convinto che sono delle luride prostitute. Siete italiani e perciò non potete mentire! Ma come italiani non saprete certo colpire dei vinti. Sono femmine cioè deboli e senza difesa! Noi ufficiali italiani, non rubiamo il mestiere agli austriaci. Queste due austriache scontano oggi le loro colpe nel vedere la nostra bandiera sventolare su Aviano e nell’apprendere da me, da questa bocca e da questi polmoni, l’irrimediabile sconfitta dell’Austria. L’esercito dei loro fratelli, padri, sposi o amanti è stato da noi sconfitto per sempre. Italiani! Noi ufficiali che abbiamo avuto l’onore di entrare per primi in Aviano, vi ordiniamo di non toccare un solo capello di queste due donne. Andate, e festeggiate con canti di gioia la liberazione di Aviano.
Un urlo feroce salutò il mio discorso. Ma gli applausi scroscianti dei bersaglieri ciclisti e dei miei soldati si propagarono, e lentamente, con gesti minacciosi e borbottamenti, la folla si staccò ringhiando, dalla piccola casa mentre io consegnavo le due donne atterrite e spettrali a due bersaglieri ciclisti nerboruti.
—Conducetele indietro con gli altri prigionieri austriaci. Se la folla le tocca, io vi denuncio al Tribunale di guerra. Capito?
Quel salvataggio mi costò un cicchetto dal mio capitano che mi cercava.
—Vieni con me.
Partiamo in bicicletta. Il capitano mi annuncia che la 12ª squadriglia è stata massacrata a cannonate a 3 chilometri da qui, nella brughiera di Santa Foca. L’angoscia accelera la nostra corsa. Vasta pianura sconfinata, senza alberi. Desolatissimo paesaggio spagnuolo. Quando giungiamo a S. Foca non troviamo nessuno da soccorrere. I contadini stanno seppellendo i cadaveri in tre vaste fosse. I feriti sono già stati trasportati in autocarro. Oltrepassiamo un sipario di alberelli fronzuti e vediamo le tre blindate piegate sul fianco destro sull’orlo destro della strada, in fila, a 20 metri l’una dall’altra. Tutte e tre sventrate. La terza incendiata. Ha dei colori rossicci e canarino. Il cofano sembra masticato da mascelle titaniche. Fuma ancora. Odore di panno cotto nell’olio e di carne arrostita. Comprendiamo l’errore del comandante che in un terreno scoperto non ha distanziato le blindate in marcia offrendo così un facile bersaglio al fuoco d’infilata dei cannoni mascherati dal sipario d’alberi di Santa Foca.
Nulla da fare. Uno sguardo affettuoso alle fosse, e raggiungiamo pedalando l’8ª squadriglia sull’ultimo tronco di strada che scende nella ghiaia del Cellina.
Letto smisurato di fiume torrentizio con tre filoni d’acqua. Non siamo più in Italia, neanche in Spagna, forse in America. Desolazione, monotonia di linee tristi. Dune africane. Alla nostra destra gli alti pali telegrafici, soli segni di civiltà, misurano con precisione nel deserto del letto asciutto le distanze nebbiose. La loro geometria metallica da disegno d’ingegneria taglia le piumose sofficità delle lontananze grige, affamatissime di sprofondarsi ancor più lontano, calamitando i nostri pensieri e i nostri sguardi. Non scorgo nulla sull’altra riva.
Sulla nostra appare l’automobile del Conte di Torino comandante della cavalleria. Snellezza elegante aristocratica. Dentoni gialli di vecchio cavallo di razza, sorriso ironico nelle gote di viveur.
—E’ impossibile, capitano. Vede? il mio autocarro arenato. Se non passano gli autocarri vuoti come vuol fare lei a passare con le blindate?