Il mio motore si slancia. Sapere, sapere, vedere, conoscere. Abbiamo terrore di te, nuova Gioia! Vorremmo fuggirti, eppure già ti beviamo con le nostre orecchie assetate, liquida delizia sonora!
—Oh! nulla, nulla, o almeno poca cosa! mormora il cuore. E’ una piccola campana italiana che piange e ci saluta... umile dono della bella Italia liberata ai suoi liberatori!
La vediamo. E’ una piccola campana da campaniletto di cappella boschiva. La dondola fra le mani con fatica una esile vecchia tutta bianca, vestita di nero. La piccola campana è tutta sporca di terra poichè fu dissotterrata, un’ora fa, da quelle stesse mani rugose. Sembra un vaso di fiori capovolto, ma ne fioriscono, fioriscono, tante piccole rose di suoni, piccole rose di tenerezza, invisibili ma penetranti e che si spandono: profumo di suono dell’azzurro inebriato. Ansimando, la mia macchina si ferma davanti alla vecchia, senza che Menghini al volante lo abbia voluto. Motore magnetizzato! A destra e a sinistra si svegliano timidamente piangendo altre campane, soavi, languide tremanti e sfinite dalla dolcezza. Accorrono, s’affrettano. Laggiù sotto quei castagni, la sento venire! La vedo! Questa è più grande ed è infilata in un ramo che due donne vestite d’azzurro portano, incespicando nelle zolle.
Din din daaan daaan din dan din dan. Intanto la vecchia dondola dondola la sua piccola campana. Ha un suono più limpido, più liquido, trasparente di cristallo e d’acqua.
Forse il metallo non fa che continuare il flebile tinnire delle lagrime che beve. Piange la vecchia dondolando la sua campana. Quasi cade, per stanchezza, trascinata giù dal peso ondeggiante e i capelli bianchi le coprono il viso pacificato. Non ci guarda. China sorveglia meravigliata i bei suoni melodiosi che le gocciano dal cuore. E’ lei, lei la prima, con la prima campana! Certo è fiera di sentire e vedere che tante tante compagne vengono da tutti i punti dell’orizzonte ruzzolando giù dalle colline e sgorgando dalle valli per suonare, e suonare, suonare senza fine e lagrimare, come le nuvole d’autunno che hanno troppo bevuto, come gli occhi che hanno troppo aspettato.
Din dan, din dan dan dan din din.
Tutte le campane sono ormai salvate. Questa più grande comincia con rintocchi lenti, quasi paurosi spandendo un tremolio sonoro; ma presto si fa animo. Dan! Certo quasi non crede alla realtà prodigiosa. E’ stata nascosta un anno sotto terra in fondo all’orto del prete con tre botti di buon vino spumante da quella furbacchiona della perpetua. Le pioggie hanno fatto trasudare le botti e la campana si è consolata, così, nelle buie notti opache, sotto terra. Ora è un po’ ebbra, le trema la voce.
E’ tutta abbagliata dal gran sole. Un’ora fa, un’ora fa con zappe e mani unghiute l’hanno dissepolta. Su, presto, ragazzi, forza! Tira su, tira, tira! E’ fuori, santa Madonna! Prendi la corda! Giovannino, monta sull’albero! A quel ramo grosso! Presto, fa presto, vengono gli italiani! Sono al fiume. No, no eccoli, eccoli, vengono in automobile, senti il rumore della macchina! Attacca, attacca forte!
Certo, si sentivano rombare i motori nostri e lo spavento di non essere in tempo affannava il ragazzino che con tutta la forza delle mani deboli stringeva i nodi. «Suona, suona, suona, per la Madonna!» gridavano sotto l’albero. E il ragazzino non riusciva, si disperava, quasi piangeva. Ma ad un tratto lanciandosi giù si appese colle mani al batacchio come un appiccato ed ora, su e giù, su e giù, buttando in alto le gambe; e le mani gli sanguinano lacerate, e finalmente suona, suona, suona.
Dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan dan. Il parroco è sotto, pallido, con braccia cadute, le mani aperte la veste tutta infangata. Ci guarda con gli occhi fissi, inebetiti. Parroco sì, prete sì, ma Italiano. Un altro prete viene laggiù col pasto che crolla. Ogni tanto si ferma a riprendere fiato. Pietro, il suo campanaro trascina una grossa campana che tintinna sui ciottoli.