Sono vecchissimi tutti e due. Le donne vorrebbero aiutarlo, ma si rifiuta il campanaro e tra la folla che si apre vuol trascinarla lui, portarla lui fin sotto le ruote della blindata. Nell’ultimo sforzo alza la testa, mi guarda trasognato, poi cade bocconi e il cuore gli si spezza in singhiozzi atroci.
Dan dan dan dan dan dan dan.
Allora il vecchio prete si fa largo e alzando la mano che trema dice:
—Signor tenente, l’altra, la bella, la grande campana, non l’abbiamo potuta portare... Non è sotterrata, ma è così a fior di terra, davanti alla nostra chiesa. Su quella collina... vede? Non può vedere, ma la vedrà... Un anno fa il colonnello austriaco, quella canaglia, che Dio non gli perdoni, è venuto a prendermela coi soldati. Prima ho supplicato, poi ho detto a quelle anime dannate che non potevo, non potevo dargli la mia campana. Allora i soldati hanno sfondato la porta della chiesa e sono saliti sul campanile. Subito io chiamo tutti i contadini e le contadine, e tutti in ginocchio, e io gridavo; ho poca voce, signor tenente ma gridavo: «Se Dio c’è ancora sull’Italia, Dio non può permettere che la campana sia strappata! Non sarà, non sarà, non sarà strappata!» Urlavo, urlavo: «Non sarà, non sarà strappata!» Che brutto momento, signor tenente! I soldati ridevano e sghignazzavano dall’alto del campanile. Li vedo ancora che gridano in tedesco ai contadini di scansarsi. Tutti piangevano. Hanno rotto il muro, quelle canaglie, per staccarla. Poi giù, l’hanno buttata.... Che urlo e che fragore! La grande mia campana è caduta giù, ma era tanto pesante e c’era stata tanta pioggia, ed è entrata, entrata, dentro dentro nella terra. Non si vede quasi più. Ma ora viene il bello, signor tenente; e rido ora come allora non piangevo più. Gli austriaci coi buoi con le corde, con le leve, coi cavalli, cogli asini—ci avrebbero messo sotto anche tutti i porci delle famiglie loro che son porci—hanno tirato, tirato la mia campana per un giorno e una notte! Ma la mia campana non si è mossa più. Questa è l’altra, la più piccola. Gennaro falla sonare. Su, forza, ti aiuto io.
Intanto un bambino s’avanza verso di noi tirando colle due corde sulle spalle e intorno alle braccia un asinello e una vacca magrissimi. Vissero un anno murate vive, quelle due bestie, in una specie di nicchia, nutrite da quel bambino che penetrava di tanto in tanto per un buco. Non stanno troppo male. Guardano attonite la campagna e soffiano. Mentre un contadino attacca al loro collo due campanacci pesanti. Vorrei implorare pietà per l’asinello che certo non reggerà allo sforzo. Ma chi mai può sentire la stanchezza, ora? E le due povere bestie vengono avanti suonando suonando:
Dan - dan - dan - dan - dan - dan.
La polifonia delle campane che si moltiplicano prodigiosamente cresce, si gonfia fondendo insieme tutte le stranezze e tutti i languori nostalgici di quei suoni patetici.
Non sono più campane poichè sepolte, strappate dai loro campanili e vaganti nella campagna. Riscossa tragica della gioia generale. Esprimono col loro suono ogni brivido, ogni singhiozzo, ogni tormento, ogni angoscia tipica d’infiniti corpi umani contorti da spasimi diversi d’attesa, dolore, tortura disperazione speranza felicità.
XXIII.
MASSAGGIO DEL CORPO DIVINO
DELL’ITALIA
—In macchina, in macchina! grido ai miei soldati. Al volante, Menghini!