Guardo energicamente negli occhi bagnati di lacrime dei miei soldati. Hanno capito. Hanno capito. Poi ammonisco rudemente il mio cuore: «Hai avuto ragione di piangere, cuore mio, ma ormai sei inzuppato di lagrime come un fazzoletto d’addio. Basta! Non piangere più! Oggi è giorno di guerra! Abbiamo vinto, bisogna stravincere! Hai abbastanza subìto l’incantesimo sonoro. Non sono campane! Strappate dai campanili, sotterrate con furia gelosa, esse rinascano mutate! Sono i bronzi melodiosi del genio Italiano che non poteva subire manipolazione straniera. Conservarono sotterra il timbro profondo e l’ampia virtù suggestiva. E’ il genio della nostra razza che risuona ancora intorno a noi. E’ la forza creatrice italiana colla sua commovente elasticità di balzi armoniosi, le sue arrampicanti fioriture di note che sanno l’ampio anfiteatro di echi carnali del golfo di Napoli, e le cadenze flessuose delle colline toscane, e i burroni muggenti d’organo dei valloni abruzzesi. Non piangere! Canta, o mio cuore! Canta, batti, romba rotolando tutte le erre d’una furente velocità.
«Senza nostalgia, senza languori, senza abbandoni mistici, lontano dalle Madonne e dai campanili! Ricordati che nelle città, altre campane prostitute vorrebbero aizzare con falsi annunzi di pace prematura gl’interni salvatori dell’Austria passatista! Sia il tuo canto un martellare, preciso, rettilineo che scalando il cielo, su, su, colpisca le vetrate delle chiese perchè il cristallo infranto si sganasci anch’esso annunciando la nostra vittoria! Su, slanciati, mio cuore motore, su questa bella strada che taglia le più ricche, eleganti variopinte campagne della terra! Sono i capelli sparsi dell’Italia Divina! Noi ne conquistiamo il seno, le belle spalle, su su, verso le due braccia tornite, tanto tempo incatenate e la mano sinistra inanellata di mare: Trieste!... e la mano destra più rude e muscolosa: Trentino!»
O Italia, o femmina bellissima viva - morta - rinata, saggia - pazza, cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille prostituzioni subìte e dalle mille verginità stuprate ma rifiorite con più fascino di verde pensoso e di ombrie pudiche. Sono io, io il futurista che primo ti libero il petto baciandolo col mio delirante amore!
Cosmica fusione del mio corpo col tuo! Ti sento, ti sento, ti sento! Ti prrrrendo, ti prrrrrendo, ti prrrrrrrrendo! Sei grande, grande, lo so, e non ti posso tutta contemplare!
Eppure, senza sognare senza perdere la ragione, t’immagino tutta, ti vedo! Questa rosea carta geografica, che ho fra le mani, vibra, vibra, mentre io corro nella mia blindata. Vibra l’elegante forma rosea sulla carta! Non è più carta, diventa carnosa! Freme, respira, palpita e spalanca sempre più le braccia nella crescente e trasfigurante velocità del mio motore in sogno! L’impeto virilissimo di questo mio motore che è insieme cuore, sesso, genio ispirato e volontà artistica, entra in te, con rude delizia per te, per me, lo sento! Sono lo strapotente genio—sesso futurista della razza tua, il tuo maschio prediletto che ti ridà penetrandoti la rifecondante vibrazione!
Ah! se potessi avvilupparti tutta in un unico immenso bacio, sintesi ultima di tutti i baci che la tua bellezza florida ha suscitato nei padri, dei padri nostri e in quelli morti per te e nei 500 mila eroi dell’Isonzo, del Carso, del Piave.
Non sono pazzo! Nè allucinato! Creo, creo il tuo fantasma, la tua statua che non è di bronzo, nè di terra, ma umana, viva, di carne. E’ forse un pazzo, lo scultore geniale? Tale io sono, ispiratissimo, ma con lucido controllo tenace e sapienza di mezzi! Con questo bollore di sangue che ridipinse il mondo, con questa respirante carta geografica, e con una piccola lettera d’amore bagnata di sudore sotto la mia giubba, e forse di lagrime, poichè è la lettera di un’amante ideale, una italiana, che mi scrive il suo pazzo desiderio di cancellare Caporetto!... Con questo, con questo, io compio il miracolo!...
Sì, sì, Italia! Ho sotto la giubba una lettera d’amore! E’ lei che mi scrive! Una Italiana! Bellissima! Non la ricordi? E’ tua figlia. Ti somiglia. I suoi capelli hanno la morbida serica fluidità dei tuoi boschi. Pensa al più sognante declivio della tua più languida collina e ti sarà facile immaginare quelle guance tenere sensuali calde di pesca e magnolia. Soltanto certe curve dei tuoi fiumi ricordano un poco l’invito sinuoso delle sue labbra! La sua voce evoca il canto delle onde notturne nello stretto di Messina udito da un areoplano volante a 1000 metri. Lenti archetti di dolore su violoncello d’oro giocondo. Glauche chitarre di roccia con lunghi accordi d’acque che s’infrangono. Arpe elastiche di vento con pizzicati di lampi allegrissimi. E piangenti clarini smarriti in meandri di pazzie colorate.
Lei! Lei! Se cammina, ondeggia come un fumo lieve innamorato del cielo.
E’ tua figlia, o Italia! Le parole carezzevoli della letterina sua tremano sul mio petto, insorgono, susurrano, suonano. Sono le sue tenerezze che odo, ma anche le tue, le tue! Sei tu che rispondi ai miei baci, tu, Italia, che mi gridi con le sue parole: Amore, amore, amore!