La partita è magnifica. Una frenetica passione sportiva ci invade. Il record da vincere è allettante. Siamo pronti a qualsiasi combattimento, ma preoccupati sopratutto di velocità. Evitare ad ogni costo qualsiasi fermata. I bersaglieri ciclisti vogliono quanto noi giungere ad ogni costo prima che i ponti siano fatti saltare. Non ci curiamo più delle spalancate acclamazioni di popolo accalcato nei villaggi.

—Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Abbiamo altro da fare che intenerirci. Il colonnello De Ambrosis che comanda l’intera colonna è in testa con la sua motocicletta, e dietro con noi i bersaglieri ciclisti tuffano in avanti sul manubrio le loro facce arroventate che brillano di sudore fra i globi rotolanti del polverone.

Per la strada che su e giù serpeggia fra colline boscose, roccioni e montagne formiamo uno strano treno impazzito in fiamme, che disprezzò i binari e i tunnel per sfrenato amore d’ogni bella curva italiana.

Siamo anche divenuti una fantastica macchina dell’anno 3000 composta d’un serpeggiante tubo mostruoso, forato da mille bocche fumanti e corrente sopra la sua infinita orologeria di ruote.

—Il Tagliamento! Il Tagliamento! Il Tagliamento!

Potente nome italiano ultra magnetico, tante volte bevuto in sogno dopo Caporetto. Ne vedo scintillare i nastri argentei nell’occhio orizzontale della blindata. Danzano quei nastri, diventano lettere d’argento svolazzanti, le lettere stesse di questa parola forte e sonora: Tagliamento.

Ad uno svolto rallentante cento voci di donna:

—Il ponte è rotto! il ponte è rotto! Gli Austriaci! Viva l’Italiaaa!

Tre secondi dopo Dzing dzaang dzing, la mia blindata suona sotto le prime pallottole. Mi volto per verificare la chiusura delle feritoie. I miei mitraglieri puntano con due mitragliatrici in cupola. Do l’ordine a Menghini di mettere il motore in seconda e di avanzare lentamente.