Mi volto e fermo i miei mitraglieri, mentre nell’occhio orizzontale della blindata vedo uno spettacolo inatteso: Bianche sbocciano 2, 3, 4, 5, 6 bandiere nel verde dei boschi alti occupati dagli Austriaci. Il sole completa il tricolore. Mentre il nostro fuoco a malincuore rallenta e si spegne vedo fra i paracarri della strada sull’altra riva un tenente ungherese che s’avanza seguito da un trombettiere. Questo si ferma e voltato verso di noi, suona male tre lunghe note fesse. Dietro la tromba che scintilla un bandierone grottesco, lenzuolo bianco un po’ sporco attaccato a un lungo ramo, è portato da un caporal maggiore mingherlino in uniforme verde, che regge male il peso.

Noi ridiamo in blindata. Breve silenzio morbidamente spazzato dal fruscio delle acque. Ghiandusso grida:

—Signor tenente, la Zazà partorisce!

Emozione travolgente. Vocio e tumulto all’interno. Feritoie e sportello, tutto è aperto. Ed ecco fra le coperte, che Ghiandusso solleva maternamente, la mia piccola Zazà coricata sul dorso tutta tremante, cogli occhietti neri pieni di implorazioni, colla lingua fuori, palpita affannosamente. Tra le gambe aperte della povera bestia un grappoletto nero viscido si agita. Bosca che è entrato nella blindata vicino a me, dichiara con autorità:

—Lasciami fare: io me ne intendo.

Si rimbocca le maniche e lentamente, con maestria, afferra bene il grappolo vivo tirando fuori così a poco, a poco una piccola forma lurida, nera, molle, scivolosa di cagnolino che sembra fatto di liquerizia.

—Già morto! dice Bosca.

—E’ naturale! sentenzia Ghiandusso. Un padre austriaco non può mettere al mondo che dei cadaveri!

Poi accarezzando la testa dolorante della Zazà che trema a zampe aperte, come se volesse partorire ancora:

—Imparerai, puttanella, a far l’amore col nemico!