Fuori nella vampa del sole meridiano urla, schiamazza gesticola tutto il popolo di Flagonia. Tre donne mi si avventano contro:

—Signor tenente, non creda a quelle canaglie!

Intanto il tenente ungherese col trombettiere, il caporal maggiore e relativo bandierone di tela sporca, si sono arrampicati su per i rottami del ponte ed hanno raggiunto la nostra riva.

Il colonnello De Ambrosis e il capitano Raby bendano il tenente parlamentare e lo fanno salire nella nostra vetturetta. Il capitano Raby che prende il volante mi dice:

—E’ un trucco! Pretendono che l’armistizio sia già firmato. Io non ci credo! Vogliono guadagnar tempo e sfuggirci dalle mani. D’altra parte, capirai, De Ambrosis vuole rispettare le norme internazionali. Vado col parlamentare al Comando.

Mentre Raby fila in vetturetta, un borghese di Flagonia si precipita ai miei piedi:

—Le do mille franchi, signor tenente, mille franchi, se mi lascia ammazzare quel porco!

Io lo calmo con un gesto. Soldati, mitraglieri e bersaglieri si accalcano.

Sull’altra riva s’avanza un corteo pomposo, formato da un maggiore dagli ussari ungheresi, tre trombettieri e tre ussari tutti a cavallo. Le tre trombe marzialmente alzate a bere il sole, stonano 6 note sbilenche derise dagli sghignazzamenti meridionali degli echi e dalle furbe risatine gazose dell’acqua dell’Arzino. Scoppia intorno a me una fucileria di pernacchi napoletani.

Giunto in faccia a noi, sull’altra riva, il maggiore scende da cavallo, e inizia una serie di buffi equilibrismi giù per il segmento crollato del ponte, poi su, in bilico, lungo il parapetto dell’altro segmento. Appare sull’orlo della muratura. Si sforza di scavare col piede una base piana, poi rimane curvo protendendo la faccia magra, nervosa, verdastra, astuta, e appoggiandosi colle due mani sul bastone. Un vuoto di 20 metri lo separa da noi.