—Menghini! Menghini! Calmati! Non perdere la testa. Il momento è grave. Il ponte è minato. Bisogna traversarlo nel minor tempo possibile. Ti senti sicuro del motore?
—Sì, signor tenente.
Siamo a 100 metri dal ponte che slancia elegantemente le sue arcate attraverso il fiume. I miei occhi distinguono perfettamente dei grovigli di fili lungo il parapetto e delle botti legate sui capitelli dei piloni. Ma la grazia italiana di quegli archi, che non possono tradire noi italiani, mi riempie di ottimismo. Con un atto di fede potente entriamo sul ponte. Menghini dà tutta la benzina. Apro completamente l’occhio orizzontale di prua alzando la palpebra metallica. A destra, giù, nel letto del fiume, fra le erbacce, dei cappottoni grigi che fuggono.
Il meriggio ci soffia in faccia un vento infuocato e insieme un urlio delirante. Sono i nostri soldati di Carnia scesi giù dal loro nascondiglio montano. Lunghe barbacce, vestiti a brandelli, ceffi di briganti. Quasi tutti armati. Mi fermo in mezzo a loro, a 50 metri al di là del ponte.
—Viva l’Italia! Signor tenente, ci sono molti austriaci sotto quelle tettoie! Ma i due reggimenti e il comando debbono essere in Amaro a quest’ora. Se fa presto li raggiungerà sulla strada.
Intanto il mio sergente fa funzionare una mitragliatrice di cupola contro le tettoie in fondo al prato a destra della strada. Gli austriaci rispondono con qualche fucilata poi si vedono fuggire verso il greto del fiume.
—Signor tenente, veniamo con lei ad Amaro!
—No, amici! Alcuni vadano alla caccia di quelle canaglie. Se si rivoltano io li mitraglio da qui. Voialtri, una ventina bastano, restate alla guardia del ponte.
Tutta Tolmezzo si svegliava. Gridio confuso, infiniti richiami, porte sbattute. I balconi traboccano di donne e bambini. Sembra un popolo che si dissotterra. Prati e praterie trasudano popolo.
Gli spavaldi e briganteschi soldati di Carnia improvvisano una violenta fucileria al cielo per festeggiarmi. Le donne accarezzano, abbracciano la mia 74. Sono accecate dalla gioia.