Le donne non ascoltano e rovesciano fasci e fasci di crisantemi sulle ruote, sul motore.
—Basta! basta! Questi sono fiori di morte. Oggi è giorno di vita. Scansatevi, allontanatevi!
Confusione indescrivibile, rimescolio di pentola bollente. A pugni apro un varco alla mia blindata che si ferma nella piazza centrale.
—Là, a quel primo piano hanno preparato la mensa degli ufficiali, mi dice un borghese. Vi si affaccia un maggiore ungherese, strepitando giù ordini incomprensibili.
—Locatelli, punta quella finestra, fuoco!
Ta ta ta ta ta gring grang di vetri rotti crollanti.
—Vieni con me, Ghiandusso! Guardami le spalle! E tu, Locatelli, fa fuoco contro quelle finestre.
Mi slancio verso la porta dalla quale escono in tumulto molti ufficiali.
Il primo, un tenente, è agile, muscoloso, ma pallidissimo. Gli strappo la baionetta-pugnale dalla guaina che porta al fianco. Al secondo che si avanza minaccioso scarico un tremendo pugno nello stomaco. Lo prendo per il colletto colla mano sinistra, mentre la mia destra strappa la baionetta-pugnale che nel gesto dal basso in alto sfiora la sua bocca che trema. Potrebbero sgozzarci. Siamo 14 uomini con 6 mitragliatrici in mezzo a 4 mila nemici con circa 50 mitragliatrici. Ma le nostre Autoblindate terrorizzano. Portiamo sul viso la schiacciante spavalderia della vittoria e i nostri occhi sono degli invincibili proiettori di forze.