Il mio compagno tenente Bosca con la sua blindata va in fondo al paese. Rimango solo fra il tumulto degli ufficiali che non vogliono lasciarsi disarmare. Il colonnello ungherese discute con un maggiore austriaco. Balzo fra di loro. Tolgo la baionetta-pugnale al maggiore e il revolver al colonnello. Rimangono impietriti.
—Via le donne, per Dio!... Menghini, Locatelli, Ghiandusso, cosa fate? Basta coi fiori e con le donne!... Salis, gira intorno alla blindata, sorveglia le gomme, e scarta le donne!... Locatelli! Gira la torretta, punta le due mitragliatrici di cupola verso l’ingresso del paese! Ghiandusso, va su a quel primo piano, apri tutte le porte, fruga bene e caccia giù tutti gli ufficiali che troverai!
Poi mi rivolgo ai soldati carnici.
—Su, disarmate quegli uomini!... Le armi a destra! Gli uomini a sinistra!... Se quelle carogne si muovono, sparate!
Il colonnello ungherese disarmato, si presenta a me, con solennità. Atletico, sessantenne, enormi baffi uncinanti.
—Prego, signor tenente... dove è il vostro colonnello?
—Qui sono io l’unico comandante italiano. Non fatemi perdere del tempo. Siete sconfitti. Arrendetevi senza tante chiacchere. Siamo seguiti da grandi forze che saranno qui fra pochi minuti. Altre blindate, cavalleria e bersaglieri ciclisti.
—Prego, prego. Io credo che ora è firmato armistizio.
—Non credo alle vostre parole. L’armistizio non è firmato. Ho l’ordine di farvi tutti prigionieri.
Interviene il maggiore, grassoccio, gesti melliflui, fronte bassa, viso porcino.