Il colonnello col microfono all’orecchio mi volta la schiena seduto. Lo strappo indietro prendendolo alle spalle. Rompo il filo e consegno l’apparecchio al borghese che mi aveva seguito.

—Te lo regalo, via! E voialtri, tutti, giù, fuori!

In fondo alla camera vi sono due ungheresi sdraiati su due brande.

—Anche voi, veri o finti malati, vi farete curare all’Ospedale di Tolmezzo!

Quando ridiscendo giù, spingendo davanti a me gli ufficiali austriaci, la situazione in piazza è peggiorata. Arruffio di gesti e troppe voci tedesche altisonanti. Ghiandusso che avevo sguinzagliato nei vicoli mi dice:

—Signor tenente, in fondo al vicolo, in un gran cortile, più di mille uomini prendono il rancio. Non vogliono lasciarsi disarmare.

—Vedremo. Menghini, vieni avanti colla macchina. Locatelli, punta in fondo a quella via. Supplemento di fuoco. Tira in alto.

Ta ta ta ta ta ta ta.

—Basta! Basta! Voialtri continuate a disarmare, presto! Armi a destra, uomini a sinistra! Dell’ordine, per Dio, dell’orrrdine! Ghiandusso, prendi il tascapane coi petardi, e vieni.

In fondo alla viuzza sporgendoci su un muricciolo basso, vedo a venti metri sotto, in un immenso cortile un migliaio di bosniaci. Confusione intorno alle marmitte. Grida di ufficiali, ordini incomprensibili. Alcuni caricano i fucili. Io grido con voce tonante: