—Giuro.

—Su tua madre!

—Su mia madre.

—Aaaah! aaaaah!

Mi comprimo colle due mani il cuore che si gonfia, si gonfia dilatando, spaccando, le sue pareti che sono ora quelle enormi montagne, mentre la mia bocca spalancata beve, con trionfale voluttà lo smisurato fetore dei prigionieri austriaci, tutta l’infinita anima fetente dell’impero nemico sconfitto.

Ho uno strano viso feroce, violento, aggressivo ma i miei occhi sono pieni di lagrime di gioia. Le povere contadine sfinite di fame stanchezza che s’avanzano piegate sotto la gerla lungo il treno pieno del loro bestiame rubato, mi commuovono fino al singhiozzo e insieme arricchiscono le mie mani di artigli vendicativi. Vorrei baciare sul viso quelle povere vecchie italiane e poi stemperarmi sul pane le lagrime del generale austriaco vinto. Primitività stramba del mio temperamento vergine, selvaggio, schietto, elastico, pieno di barbarie crudele e di profonda umanità civilizzata. Temperamento che s’avventa, colpisce ma subito comprende perdona tutto, con alta bontà indulgente e serena.

XXVI.
PAGIOLIN, COLOMBO VIAGGIATORE

Il disarmo incominciò. A sinistra si accatastavano i fucili, a destra le mitragliatrici. Nel centro i prigionieri austriaci abbrutiti, dondolanti nei loro cappottoni giallo-sporchi procedevano ordinandosi fra la spavalda e muscolosa giocondità dei bersaglieri ciclisti.

I prigionieri istintivamente ricercavano la loro antica disciplina, aspettando i comandi dei loro ufficiali che vinti conservavano ancora tutta la loro autorità tanto era ferrea la compagine del potente esercito che avevamo sfasciato.

Subito gli ufficiali austriaci trasmisero coi loro urli aspri di sciacalli l’ordine d’incanalarsi lungo le nostre automitragliatrici blindate e di infilare il ponte sul Fella per Amaro-Tolmezzo. Ma sopraggiungevano continuamente incontro a loro bersaglieri ciclisti a tutta velocità. Si vedevano girare laggiù sulla strada curva correndo verso di noi, e altri, altri ancora, lanciati come frecce alate di penne di gallo. La colonna dovette fermarsi. Un minuto di confusione: poi tre bersaglieri, abbandonando le biciclette, saltarono in sella su dei cavalli catturati, potenti bestie tutte ad archi di muscoli scattanti, e domandoli fra le forti ginocchia presero la testa e il comando della prima colonna marciante. Il primo, un siciliano dal viso rossastro polveroso di scugnizzo con occhiacci neri sotto il fez rosso moschetto ad armacollo. Sul suo grande cavallo bestemmiava: Accidenti! Cavallo irlandese e ungherese io non so! Ma i miei muscoli sono siciliani!