Anche i nostri soldati nomadi di Carnia comandavano colonne di prigionieri. Erano laceri e sporchi, ma tutti montavano senza sella cavalli stupendi.
Uno aveva una specie di turbante azzurro in testa e un grosso zaino da turista sulla schiena. Sembrava un generale turco. Sul fianco della strada le nostre blindate dominavano con le loro 18 mitragliatrici puntate tutta la divisione austriaca che si avanzava. Sss sss lento monotono stropiccìo di piedi stanchi. Zin zin tric gring zin di fucili che cadevano sulla catasta. «Fetente, vattenne, cammina! A cauci te faccio camminà, porcaccione!»
Cinquanta metri più giù davanti al Municipio nelle due automobili del comandante del Corpo d’Armata austriaco e del suo Stato Maggiore, gli ufficiali prigionieri seduti immobili guardavano con occhi che certo non vedevano. Intorno, i miei mitraglieri con moschetto e baionetta innestata montavano la guardia con facce ingenue di bambini intorno ad una enorme torta natalizia.
—Vuole che le faccia la barba? mi domanda un prigioniero in italiano, bruno, magrissimo e baffuto.
—Sì, ma a tutta velocità!
—Sarà servito. Sono napoletano, e primo parrucchiere. Sono anarchico, ma amo l’Italia.
—Non tagliarmi la faccia, perchè sono più rivoluzionario di te!
In un attimo, miracolosamente, la cassetta che egli portava sulle spalle partorì sapone, pennello, salviette e boccetta da profumo. Seduto su una mitragliatrice austriaca, constatai l’arte delicatissima di quella mano italiana.
—Che «salone» originale! disse il barbiere; è decorato a destra e a sinistra con montagne azzurre e ha un plafone che sembra il cielo di Napoli!
Quando ebbe finito, lo salutai con queste parole: