—Ora che da barbieri futuristi abbiamo rasoiate via la testa all’impero austro-ungarico, ti potrai permettere il lusso di fare la barba anarchicamente agli italiani.

—Contropelo?

—Sì, contropelo. Non dimenticare però di sciacquar loro il viso con l’acqua melodiosa del golfo di Napoli!

Il capitano Raby, che distribuisce ordini a destra e a sinistra, mi chiama.

—Marinetti! Marinetti! Siamo noi! Siamo noi che abbiamo catturato l’intero Corpo d’Armata! E’ una gloria nostra! E’ la gloria dell’ottava squadriglia! Vieni, vieni, ora mando il colombigramma al Comando Supremo!».

Seguiamo per alcuni metri il binario lungo il treno. Cataste di cucine da campo, mitragliatrici, fucili, stracci, paglia, sterco, carogne di cavalli. Nel fetore qua e là come cani randagi, delle montanare con gerla, sacchi e lanterne. Sono venute qui a frotte per riprendere la loro roba. Sono paurose. Ma si fanno audaci. Il loro numero aumenta. I vagoni saccheggiati, sventrati, bollono confusamente perdendo le budella.

Entro con Raby in un vicoletto. Fra due casupole troviamo la vetturetta. Sul sedile, una gabbia di legno bianco contiene i quattro colombi viaggiatori, che tubano.

Il sole tiepido di questo pomeriggio alleggerito da una brezza indolente e soddisfatta inebria i quattro colombi. Due, candidi. Uno col collo sfumato azzurro-viola. Il quarto brizzolato. Ma tutti avevano il caratteristico soprabecco bianco imbottito dei colombi viaggiatori.

Vuruvuru curru guruu guruu guruu.

Certo godevano i sottilissimi profumi muschiati e il gorgoglio di quel ruscello, ma non si illudevano. Sapevano certo di essere lontani dalla bella colombaia di Abano con le sue ampie scodelle piene di miglio e granoturco e i cestini per le covate, elegantemente sospesi e bene spaziati.