Facciamo largo intorno a Raby che con forza slancia in alto il colombo.
—Viva Pagioliiiin! Addio Pagioliiiin!
Ma Pagiolin non s’innalza molto. Dà qualche colpo d’ala e si posa sopra un tetto. Bianco, saltella sulle tegole rosse girando la testa. Momento d’ansia, doloroso.
—Cosa fai, Pagiolin? Cosa fai? Cosa fai?
Accorrono i soldati con applausi, saluti consigli... Pagiolin leva il becco al cielo. Dieci secondi gli sono bastati a fiutare le correnti aeree. Con uno slancio improvviso si proietta in alto obliquamente. Sale, sale, sale, piccolissimo arruffio bianco, fiocco di neve nell’azzurro. Ora si libra a picco sul torrente Fella. Punta su Amaro, scompare.
Ma un altro invisibile colombo viaggiatore che batteva le ali nella gabbia del mio torace l’ha seguito con eguale velocità. Ora vola con lui fra due grandi cirri bianchi accecanti. Pagiolin non ama le nuvole. Hanno un insidioso monotono odore d’acqua schiava. Tutte quelle gocce condensate lo bagnano pericolosamente. Teme di appesantire le proprie ali, e non ha sete. Le nuvole gli ricordano quella brutta macchina moto-aratrice che gli appesta spesso la colombaia di Abano coi suoi sbuffi di vapore acqueo...
Senza contare i maledetti scherzi che fanno i raggi del sole nelle matasse delle nuvole! Sembrano forbicioni d’oro, brutti come quelli del giardiniere che tagliano i bei rami d’acacia fiorita sulla colombaia! Ogni volta che il giardiniere s’avvicinava con quel brutto ordigno la bella Vluruuum s’immalinconiva non tubava più. Pagiolin pensa a Vluruuum... Tra due ore! due ore e mezzo al massimo, quanti baci piccoli, piccoli, minuti, minuti e quanti smorfiosi strofinamenti di collo per togliersi l’un l’altro amorosamente gl’insettucci! E quante ciarle! Trionfo! Pagiolin potrà raccontare! Tutti gli amici della colombaia a becco aperto dimenticheranno le voluminooose, voluttuooose, vorticooose gare del loooro tubare. Anche i conigli, quei vili imboscati col loro culo a molla di lepri degenerate, abbasseranno le foglie candide dei loro orecchi tremando e ammirando.
Ma Pagiolin accelerando i suoi colpi d’ala si tuffa nell’ultimo globo d’argento filigranato del cirro. Non finisce mai, per Dio!... Gioia! Gioia! Finalmente può patinare col petto sull’azzurro levigato, invitante. Più nulla intorno. Può respirare e godere. Pagiolin punta il suo volo contro il Sole, favoloso colombo di fuoco, dal becco aperto nell’arruffio splendido delle sue smisurate penne d’oro. Gli rammenta Krukrù, colombo dell’equatore che aveva pure le penne a spirali, ma bianche. Morì un anno fa in colombaia il povero amico! Pagiolin gli voleva bene e l’inverno molte volte aveva lisciato e riscaldato col becco le povere penne freddolose. Nella luce sembravano d’argento.
Il Sole è però un colombo enorme le cui penne spiraliche d’oro potrebbero covare una montagna! Come risplendono, lunghe, lunghe! Bisogna salire, salire, salire ancora! Voglio vederle bene, vicino, vicino, sempre più vicino! Per sentire il loro rumore! Devono fare un delizioso rumore d’acqua nell’accarezzare quel nuvolone a destra. Oh! che brutto nuvolone! Sembra il fantoccio di stoppa di Peppino il figlio del giardiniere!
Volerò ancor più su. Ma cosa hanno mai le mie ali? Rabbia! Ho troppo caldo sotto le ali. Sono tutto bagnato. Su, su con forza! Ecco! Ecco il suono che volevo udire! E’ il sole che tuba. Che piacere sentirlo! Le sue lunghe penne spandono ora una dolcissima voluttà mescolata di rumori serici e liquidi che grondano l’uno sull’altro e si intrecciano con mille spasimi acuti.