—Oh! me ne intendo, me ne intendo, grida Pagiolin; io che sono il miglior cantore della colombaia. Col mio canto ho innamorato di me la bella Vluruuum. Che ridere! Bianchetto e Lulù non sanno cantare come me... Lo ha detto la moglie del colonnello, quella bella signora vestita di colori rumori fruscianti. E’ vestita anche lei di penne, ma morbide, morbide che il giardiniere chiama seta, velluto, pelliccia... Nel muoversi intorno alla colombaia la signora batteva le mani con gioia dicendo: «Pagiolin, Pagiolin, tu sei il primo cantore!» e mi regalò un miglio speciale! La sua veste di seta e velluto cantava come me e come il Sole. Il Sole però tuba più forte di noi!

Nell’entusiasmo Pagiolin raddoppiò il battito già celere delle sue ali, entrando nella polifonia solare. Strimpellavano con gesti immensamente circolari i Venti sui mille raggi del Sole come su corde tese incendiate dal lirismo.

Certo la vittoria aveva commosso il Sole! Il Sole, grande occhio attento di arpeggiatore seguiva sulle lunghe sue corde tese i galoppanti accordi i maliziosi pizzicati e le molli frange di vibrazioni sbocciate nel cielo. Il Sole si moltiplicava nell’ampio cielo orchestrale. Volubilmente si innalzavano delle nuvole, tortili come canne d’organo e mantici profondi nei quali il Sole comprimeva a forza di pedale i Venti globulosi. Questi diventavano soffii melodici e salivano salivano ad inaffiar di fantasia le infinite orecchie attente, invisibili, delle invisibili stelle. Il calore dei suoni era tale che le nuvolose canne d’organo s’incendiavano al passaggio d’ogni nota fondendosi qua e là per eccessiva ebrietà. Sopraggiunsero volando sciami di nuvolette rosse, snelle piene di trilli, rimbalzelli, giuochi, scherzi, schianti di cristalli coralli trallalera tralla la, come aeree serenate di chitarre, mandolini e spumanti bottiglie trallalera tralla là.

Milioni di bottiglie del più spumante Asti sonoro schizzavano, decapitate ma allegrissime sulla tavola imbandita del cielo, fra le ondate orchestrali dei raggi, lunghi archetti d’oro che spremevano giù nelle profonde cavate il terrificante cuore dolcissimo di Dio.

—Dio! Dio! Dio! Dio! gridava Pagiolin. Dio è luce! Dio è musica! Dio è profumo! Sono a mille metri a picco su quella vasta ferita terrestre. Cosa è mai? Cosa è mai? Certo le folgori hanno squarciato così la terra! I fulmini nemici del Sole! Ma il Sole oggi stravince. Sono l’amico del Sole! Ma più in alto del Sole c’è Dio, ed io voglio navigare nel suo respiro sublime!

Con allegria pazza due volte, tre volte, quattro volte Pagiolin capriolò abbandonando le ali come un nuotatore nell’onda e nella schiuma del canto. Poi giù a capo fitto nel suono più denso. Le sue ali sfioravano le lunghe corde d’oro tese dai raggi solari. Ruzzolò giù. Era troppo ebbro e il sudore gli scorreva sugli attacchi delle ali.

—Come mai ho dimenticato la mia santa missione? Mezz’ora perduta! Impenitente bambino che sono! Ma il tubetto è ben saldo e anche il dischetto. Giù! Giù! Bisogna scendere, scendere. Che fresco! Che fresco!

Per alcuni minuti Pagiolin seguì una impetuosa corrente gelatissima, che con ritmo uguale lo trascinava. Ora rideva della sua paura di poc’anzi. Ad ali aperte filava con crescente velocità cercando a destra e a sinistra col becco la decifrabile varietà degli odori.

—Questo è odor di menta selvaggia. Questo è il timo asprigno. Oh! che buon odore di resina. Saporito, questo viluppo di moscerini agonizzanti! Mangiamo. Bisogna pur rinfrancarsi lo stomaco, in viaggio.

Ad un tratto la corrente gelata modificò il suo ritmo equilibrato! Ora tumultua, schizza, cicloneggia, spalanca dei buchi come botole traditrici. Pagiolin riprende a volare con tutta la forza delle sue ali. Sente una pressione contraria. Vento duro a scatti che lo soffoca. Deve più volte chiudere il becco. «Accidenti! Ho perduto quel branco volante di moscerini saporitissimi!».