La corrente contraria che s’insinua nell’immensa corrente gelata che egli segue lo assale con tanti odori salati, diversi per forma e intensità. Ovuli giranti di odori amarissimi. Un odore oblungo e trasparente di iodio. Un gomitolo irto di ammoniaca. Un blocco massiccio di bromo. E miliardi di aghi di sale luccicante e buoni da ingoiare. La salubre spruzzaglia delle onde del mare, laggiù, alla foce del Tagliamento.
Pagiolin non esita più. A destra, a destra, con raddoppiata frenesia di ali, vince rimbalzato, rimbalzante, vince travolto e resistente, la grande corrente gelata. Questa decresce sugli orli, cede, cede. Pagiolin è fuori. Schizzando via si slancia in una atmosfera quieta come una morbida amaca smisurata. L’aria è dolce come il respiro di Vluuruuum quando gli dorme vicino, col suo vuuruuuum, vuuruuum... Pagiolin vuole riguadagnare il tempo perduto. Egli sa che l’aria stagna queta e senza bizzarrie di correnti sopra i boschi, poichè i fogliami pompano i capricci dell’aria. Sente a destra l’odore acido bruciaticcio delle brughiere e piega a sinistra abbassandosi. Non vuole stancarsi a lottare con quelle insensate cavallerie di venti che devastano le brughiere.
A sinistra giù giù, ecco dove bisogna volare! Su quei fogliami dove l’aria è immobile e più giù ancora su quegli orti dove l’aria è un letto di piume. Quel fresco odore di insalata e i filamenti di profumo di quel giardino pieno di rose, e quel rimescolio d’odori cotti che con rumore di stoviglie grasse sale da quel villaggio. Non è sgradevole quella acredine di fieno, anzi eccitante! Pagiolin la beve, a becco aperto, nel rasentare a precipitosa velocità i ciuffi d’erba che ornano un nero campanile. Fuori dalla gonna sventolante della prima campana calcia un tumulto di bronzo acciabattante, che spaventa Pagiolin. Spavento misto di curiosità. Ecco un altro campanile. Via, via, via, con folle entusiasmo Pagiolin lo aggredisce quasi si schiaccia sopra. Affascinante batacchio. Gamba perduta di danzatrice pazza. Battito diventato proiettile fuor dal cuore sonante.
Pagiolin è troppo ebbro. S’irrita, smania di non poter riprendere la sua calma precisa di volatore lampo.
—Mi hanno chiamato colombo-lampo! Sei un treno lampo, diceva la moglie del colonnello. Presto li rivedrò, i treni, e li sorpasserò!.
Un’altra corrente pure gelata taglia purtroppo la strada a Pagiolin. Ma, furbo, sente che è meno alta della prima e su, su, Pagiolin la scavalca con disinvoltura per ripiombare due minuti dopo nella quiete solenne dell’atmosfera. In realtà è una quiete compressa tra pericolose agitazioni. Pagiolin ricorda, prevede, intuisce che altre correnti gelatissime lo aspettano. Non vuole perder tempo in continue scalate: decide di salire a duemila metri per poi dare la sua massima velocità senza scosse, deviazioni, nè saliscendi. Si sente bene. I muscoli delle sue ali hanno un ritmo forte, uguale, scattante e i suoi nervi ripercuotono fino all’orlo estremo delle penne la sua precisa volontà timoniera. Nel salire Pagiolin che non conosce indecisioni nota distrattamente che l’atmosfera si condensa invece di alleggerirsi. Una lieve nebbia senza importanza, pensa, sarà presto attraversata. Sale, sale per un quarto d’ora. La sua velocità è grande e il suo umore sereno, ma l’oscurarsi dell’aria lo incomincia a preoccupare. Dove mai è andato il sole? Ah! vedo, là a sinistra! Come è scialbo! Sembra quel focherello di legna verde che i soldati accendevano d’inverno a tre metri dalla colombaia, a forza di polmoni, soffiando lagrimando e bestemmiando.
—Accidenti! grida Pagiolin, il Sole si è spento! Lo prevedevo. A furia di coprirmelo con tutta questa nebbiaccia l’hanno soffocato! Nebbiaccia infame!... Macchè nebbia! Sono in un nuvolone di pioggia!
Pagiolin scivola giù dieci metri poi risale nel grigio e nel nero. Accelera i colpi d’ala. Ad un tratto sente sotto di sè un gorgo che lo pompa, e da destra a sinistra, sente cento mille mille mille zanne di pioggia e un mitragliamento di grandine. Pagiolin non perde la calma. Fiuta, e decide di salire ancora. Una battaglia ferocissima di vento lo fa traballare. Uno, due, tre capriole vertiginose, poi Pagiolin si tuffa nel vento più potente che ha vinto gli altri venti, imponendo il suo ritmo di smisurato serpente fluido fra cento serpentelli rischizzati via e sgominati.
Non è il caso di lottare. Pagiolin si abbandona colle ali chiuse come un proiettile, in questo vento che irrigidisce la sua corrente. Profondissima volata di un cannone senza pareti che spara continuamente.
Fu così che Pagiolin proiettile vivo fu lanciato in mezz’ora nel cielo di Venezia. Grigio, ombra carbonosa e spaccamenti sulfurei di cielo, e lunghissime colonne isteriche di fuoco che salgono, scendono solcano e subitamente crollano sull’invisibile calma del mare. Ad ogni minuto, Pagiolin che ha tenuto fino ad ora le ali chiuse, tenta gli spessori del vento con una cauta mossa dell’ala destra. A poco a poco, gli spessori rallentano la stretta. Si slabbrano davanti dei piccoli varchi di azzurro. Pagiolin vorrebbe raggiungere il sereno, ma teme di smarrirsi sul mare. E’ tardi! E’ tardi!