A mille metri, in alto, davanti a sè, Pagiolin vede una macchia nera che gli viene incontro rapidamente. Ingigantisce, ingigantisce. Non è un nuvolone, non è uno spessore d’aria. Sembra quella strana costruzione di originalissima colombaia di tela su palafitte piena di uomini nudi che egli aveva ammirato in un’alba famosa sulla costa di Pola dove aveva viaggiato nascosto e talvolta al balcone della tasca d’una spia italiana! Ma come diavolo ora volava quella strana colombaia di tela? Pagiolin la osserva a cento metri su di sè. Non è una colombaia di tela! E’ una di quelle gigantesche aquile di ferro e tela tante volte contemplate ad Abano quando si slanciavano in alto, portando uomini imbottiti di penne che poi lasciavano cadere degli sterchi neri scoppianti.
Pagiolin ha molto meditato, e finalmente compreso la bontà di quelle aquile benigne che non uccidevano i colombi, ma uccidevano per amor di libertà aerea, quelle brutte gabbie d’uomini che sono le città.
Ora egli sente che quest’aquila di ferro e tela che vola lassù ha forse bisogno di lui. Strani questi uccelli, pensa Pagiolin, hanno ali larghe dieci metri, ma non hanno il fiuto decifratore di odori contradditorii. Non possono distinguere l’odore che rivela la curva di una costa a duemila metri di distanza, dall’odore che indica lo spessore di un vento e tante altre cose che egli sa. La loro ampiezza d’ali esaspera la superbia dei venti che se le abbrancano, le squartano. Sono aquile bonaccione e i venti sono pessimi. Non possono quelle aquile di ferro e tela diventare come lui docili proiettili, schizzar fuori dalle mani dei venti se per caso distratti rallentano la stretta.
Pagiolin accelerando convulsivamente il battito delle sue ali si slancia e sfiora con ghirlande di volo la grande aquila nera, che ora barcolla, mostruosamente fra gli spintoni e le zampate dei venti. Ha le due ali lacerate tutte a brandelli fumosi, come la baracca incendiata che bruciò tutta la notte vicino alla colombaia di Abano. L’aquila di ferro e tela arranca e si sforza di equilibrarsi con disperati colpi di reni. Sembra perduta. Gli uomini che porta sul dorso sono affaccendati nell’accarezzare il suo cuore di gas esplosivi. Cuore frenetico che a furia di battere ora s’infiamma di viola e blu. Cuore virulento che ha forato la carne e le ossa della schiena e schizza fuori, vampe e fruste di scintille.
Come soccorrerla? Fra poco certamente il cuore appiccherà il fuoco alle ali.
Pagiolin vola a destra, a sinistra, sotto, sopra pazzamente sfiorando gli uomini che lavorano, intrico nero di braccia sul dorso sobbalzante. «Mi vedranno! Finiranno col vedermi! Se la bufera non sbraitasse tanto forte, gemerei, griderei nelle orecchie di quegli uomini. Non mi sentono, ma mi vedranno! Gioia! gioia! gioia!!! Mi vedono, sento che mi vedono! Ora mi seguiranno. Io so il varco. Di quì, di quì, venite!». Pagiolin si precipita contento di sentire dietro di sè la grande aquila ferita col suo cuore in fiamme: «Viene, viene dietro di me! Ecco il varco, giù giù! Con me, a capofitto!» Fuori dalle tenaglie del vento e dal nebbione! Fumo grigio-perla, azzurro, azzurro, azzurro. A sinistra, l’immensa pelle fremente del mare in allegria dorata sotto le lunghissime dita del sole tramontante che gioviale si diverte a farle un innumerevole solletico.
A destra, la generosità sparpagliata d’acque verdi azzurre che il Piave regala al mare. Giù, scendiamo. Pagiolin si volta di distanza in distanza per constatare che la grande aquila ormai equilibrata ha ripreso il battito regolare del suo cuore con le sue due ali eroiche, torce spente con lunghissime scie di fumo.
Come un cane fedele guida un cieco, Pagiolin ha guidato l’aquila di ferro e tela accecata dalla bufera. Ora volano insieme a trecento metri sopra i lavori febbrili d’un ponte ferroviario sul Piave. Pagiolin vede le grandi gabbie di ferro che partoriranno i pilastri. S’accendono le lunghe lame azzurro-violette dei proiettori che tagliano geometricamente la notte. Sembrano raggi solari nelle vetrate di una cattedrale rovesciata.
Pagiolin sa le insidie delle luci e crede soltanto agli odori. Vede le forme agili dei lavoratori bollire in oro caldo sui due bracci di ferro tesi del ponte rotto. Ma preferisce studiare gli odori di sterco e di legno bruciato che salgono da quel vasto braciere formato da mille fuochi, ognuno orlato di facce e mani di terracotta. Accampamento di prigionieri. L’aria s’imbruna rapidamente. Presto, presto, poichè la notte sarà molto gelata. Un altro accampamento, più fitto, di fuochi. Ogni metro un fuoco fra le rovine caricaturali delle case sventrate. Pagiolin ha capito. Piega a sinistra moltiplicando la sua attenzione perchè ogni battito delle sue ali sia efficace. E’ gonfio di gioia. Porta l’annunzio della vittoria totale dell’Italia e insieme l’onore d’aver salvato una grande aquila di ferro e tela.
Quei fuochi, quei piccoli fuochi, diversi da ogni altro fuoco! Pagiolin li riconosce. Sono le lanterne cieche dei carabinieri che vegliano al controllo di Abano. Secondo controllo. Altre lanterne cieche con piccoli annaffiatoi di luce gialla. Finalmente il Comando Supremo. L’immensa casa è illuminatissima. Trecento occhi di bragia. L’officina centrale della guerra lavora. Sembra a Pagiolin la colombaia incendiata che aveva abbandonata un anno prima a Udine, quando c’era tanta confusione di Comandi, e non c’era mezzo di fare un volo utile. Ora tutto procede bene. Una folata di odori fedeli affettuosi lo investe. Il suo odore, l’odore di Vluuruuum! Divina miscela di odori zuccherini, freschi-caldi, quasi una polvere di pelurie odorose e di sterchi cotti dal sole e volatilizzati. Una emozione spasmodica spreme il cuore di Pagiolin mentre spalanca il becco per bere a larghi sorsi i moscerini saporiti che salgono dalle gore predilette. Guarda, guarda e vede un’ombra nera muscolosa in una finestra accesa. La quadratura di spalle rudi e maschie del capo di tutti gli uomini che il giardiniere chiama: Badoglio. Pagiolin lo ammira chino su una grande carta rossa, blu, rosa, illuminata. Sopra quella carta misteriosa vi sono delle forme simili a quelle che fanno gli sterchi di Pagiolin cadendo sull’impiantito della colombaia, quando appollaiato in alto gode il tepido rosmarinato pomeriggio, liberandosi il ventre dal peso soverchio.