Al di là del palazzo del Comando, Pagiolin per gioia e per dovere, fece strepitare le sue ali. Tutti dovevano vederlo, applaudirlo. E’ lui! E’ lui che porta l’annunzio celeste! E’ lui il colombo fortunato fra tutti i colombi! Ha osato, lottato, conosciuto, vinto tutto. Sa tutto. Potrà raccontare tutto! E si precipita giù nel profumo dei profumi adorati della sua colombaia.

Grande frullo frullo frullo d’ali. Rimescolio, balzi e traslochi di pennuti. Si sveglia la bella Vluuruuum e si slancia al cancelletto. Tra i fili metallici, i due beccucci innamorati si incontrano, si sfiorano, sfiorano, sfiorano, sfiorano. Pagiolin è un maschio fiero, quasi un veterano del cielo. Pochi baci gli bastano, e tendendo il becco tuba, tuba, tuba, tuba, con eloquenza morbida, gorgogliante, vellutata, rumorosa, ruvida, voluttuoosa, vorticoosa e insieme rorida di lagrimette eroiche felici.

—O mia Vluuruuuum faremo all’amore stanotte. Prima ti debbo raccontare. In quanto a voialtri, ali rammollite, imboscati senza fiato nè fiuto nè frullo, finite il vostro strepito! Voglio il silenzio. Un silenzio assoluto. Ho visto, ho visto grandi cose. Ho visto i grandi italiani come gattacci imprigionare in una trappola di montagne mille le mille e mille e mille e cento volte mille brutti topacci austriaci che avevano rubato tutto il formaggio...

Ma la stanchezza lo vinse. Quando, dieci minuti dopo, una mano venne ad accarezzarlo e tirandolo fuori dalla colombaia lo rivoltò, lo rovesciò per liberare la sua zampetta destra dal tubetto pieno di vittoria, Pagiolin sonnecchiava.

Non fece all’amore quella notte, era troppo stanco; e la sua fedele Vluuruuuum si accontentò di vegliare il suo sonno quieto, ma di quando in quando scosso da un sogno convulso e angoscioso. Pagiolin sognava la tragedia della grande aquila di ferro e tela salvata dalla ferocia dei venti.

XXVII.
UN’ISOLA PROFUMATA
NEL FIUME PUZZOLENTE.

Il quattro novembre al tramonto, sulla strada di Chiusaforte, nella mia blindata ferma prua che divideva il nerastro filosofico puzzolente fiume di prigionieri austriaci.

Vinto il nemico tanto giustamente odiato, mi sento vuoto vuoto e disoccupato e m’addormento sul volante, straricco di vittoria, fra un’immensa straccioneria di eserciti disfatti. Beato. Con lagrime dolcissime fra le ciglia. La mia fame sognò un’elegantissima tovaglia, infinita serica fuga di morbidi perlacei riflessi che fluttuavano. Ed era, uscito fuor dalla passione del tramonto e dai suoi laminatoi, il mare siciliano metallo lucidissimo che cullava elasticamente undici vulcani-isole dal fumo distratto. Sognavo.

Presto dentro più presto più dentro un’acuta parola girante: Vittorrrria, mi trapanò il cranio e via pel cielo volando scavalcò il mare e rimbombò nei capaci polmoni ovoidali dello Stromboli Stromboli Stromboli. Sognavo.

Una gioia bollente fece saltare il tappo di lava del secondo vulcano. Schizzò altissimo il suo getto di fuoco spumante. Il terzo vulcano sputò obliquamente sul mare cento luminarie di bragia a ventaglio, mille regate di diavoli, e ripescò tutte le sirene morte, galvanizzandole. Eccole, guizzano, occhieggiano, baciano, uccidono. Altalena di buio luce... buio... luce... Chi è che urrrla? Perchè piaaaaangi così?