—La signorina mi ha domandato, implorando, una tazza di caffè per il conte. Poichè è conte, il colonnello, e appartiene all’alta aristocrazia viennese.

Io chiamo il mio attendente:

—Ghiandusso, porterai tu stesso un buon caffè al colonnello austriaco. Fallo parlare, cerca di sapere esattamente chi è.

Poi vado a raggiungere il capitano Raby sulla strada e lentamente trascinati dalla curiosità ci inoltriamo fra gli avanzi dell’esercito austriaco, come due compratori in uno smisurato negozio di antiquario. Non compreremo nulla. Tutto questo tragico bricabrac è stato già da noi pagato coi 500 mila morti eroici dell’Isonzo, del Grappa, del Piave.

Davanti a noi sulla strada incassata tra le alte montagne e che corre col torrente Fella fino a Chiusaforte e a Tarvis, è tutto un tumulto pietrificato di carri sbilenchi, affusti di cannoni, cucine da campo, fucili, draken-ballon, carrette, mitragliatrici, ruote, carogne di cavalli, masse luride di cappotti infangati, stracci, stracci, stracci, vagoni rovesciati, auto-carri ruote all’aria e motore nel fosso, sterco. Immane lerciume che incensa l’azzurro con lugubri zaffate di puzzi di stiva grasso iodio sangue corrotto ammoniaca e pidocchi.

Questi rottami dell’impero austro-ungarico sfasciato evocano in me l’immagine di un triste, polveroso, sconfinato magazzino di roba vecchia. Sembra anche un interminabile villaggio di cenciaiuoli.

Ad uno svolto della strada un vagone appare goffamente impennato su tre carri sfasciati. Sembra volerli assalire e fecondare con un ultimo colpo di groppa taurina. Fetore rivoltante. Sotto imputridiscono tre carogne di buoi.

Mentre ci scostiamo, un lungo disperatissimo niiiiiitrito lacera l’aria tiepida di questo pomeriggio autunnale che la corrente gelata del Fella invernalizza a quando a quando un poco.

—Un cavallo agonizzante! dico a Raby.

Il nitrito si rinnova più straziante e lugubre per modo che intorno a noi la vasta marea di questi enormi rottami di guerra ci appare ad un tratto come una spaventosa agonia di carovana assalita, accecata da una bufera satanica in fondo a una gola maledetta. Ci avviciniamo al punto da cui parte il nitrito. Eccolo. In fondo a quel fossato, in quel marciume verde d’acqua e fango un gran cavallo ungherese rovesciato allunga enormemente il collo sforzandosi di far leva per sollevarsi. Ma il sangue e la vita gli colano, e anche l’intestino, fuor dallo addome tagliato. Ha le 4 zampe impigliate fra le cinghie e le ruote di un cannone. Evidentemente degli austriaci affamati non hanno perso tempo ad accopparlo. Hanno strappato un pezzo di carne poi chiusi nell’incubo cieco e sordo della fuga-fame sono ripartiti senza ascoltare il nitrito disperato della bestia. Ma il cavallo con un lungo tremito febbrile riapre le froge arricciate e masticando il fango coi dentoni trascina trascina un nuovo niiiiitrito.