Non resisto allo strazio, punto il mio revolver sulla tempia e con tre colpi pacifico la povera bestia, per sempre. In alto il sole sta per celarsi dietro le altissime montagne, ma prima allunga un suo meraviglioso sguardo biondo-azzurro-dorato sulla strada che si svolge interminabilmente ingombra di rottami guerreschi affastellati.

Il sole, straricco antiquario, vuole prima di coricarsi rivalutare col suo sguardo minuzioso e penetrante di conoscitore tutti i frammenti d’un impero che la Morte gli regala e che ricatalogherà, coi tanti rottami di tanti imperi già immagazzinati.

Alle sette il pranzo è pronto e la mensa sorride alla nostra fame di vincitori nel cucinone odoroso di maiale ben condito. La sera è fresca e si chiude volentieri le finestre contro la risacca sinistra di puzzi ammoniacali. Nel vapore stuzzicante di un monumentale minestrone io dico a Raby e a Volpe:

—Si mangerà bene e si berrà meglio, ma mancano le donne ai vincitori! E dire che ce ne è una bellissima al primo piano. Io propongo che la generosità ultra-civile italianissima del nostro capitano inviti a tavola il conte Funk e la sua bella Rose Barn.

Approvato con entusiasmo. Ma il colonnello che ora sta meglio, rifiuta commosso l’invito inaspettato. Teme di disturbare e manda a ringraziare. Ghiandusso torna su con ordini precisi poi ridiscende e dalla porta spalancata entra esitando con cento inchini il vecchio ufficiale dal viso pallidissimo ormai tutto naso per l’eccessiva magrezza, calvo, gli occhi grigi, acquosi e tremolanti. Un’indistruttibile aria signorile d’alto comando malgrado l’uniforme bigia sciupata, e la schiena curva. Ma dietro splende magnetico un affascinante sorriso femminile.

Rose Barn è alta, snella, bruna, grandi occhi vivi, neri, lucentissimi che col tipico pallore verdino della pelle e l’elastica snodatura dei fianchi felini, rivelano quella razza interessante e tipica di ebree viennesi, crepitante perfida e seducente fusione dei sangui rumeni, boemi e austriaci.

Bellezza meridionale sì, ma senza l’affettuosità mediterranea, con sensualità raffinate dal calcolo e lussuria prodigata fuori d’ogni legge di pudore, nel bisogno di domare prontamente i maschi e sfruttarli. Donna da prendere in velocità per gustarne i mille sapori in fretta prima di scoprire la inevitabile prostituta che è celata appena dalle moine infantili, e da una maschera di verginità.

Raby, Volpe ed io guardiamo la donna valutandola e quasi pregustandola, mentre il conte Funk rinnova i suoi inchini, ossequi, esitazioni.

—Preeego, signor capitano, non posso accettare. Non vorrei che lei avesse delle noie coi suoi superiori. Sono troppo gentili, loro. Non credevo ufficiali italiani così gentili e pieni di bontà.

Il conte non vuole sedersi, si fa quasi spingere da Ghiandusso verso la sedia. Ma la sua bella amica ha già accettato e finiscono per sedersi tutti e due davanti a me, un po’ distanti dalla tavola.