—J’ai embrassé plusieurs fois leurs mains comme une mendiante, comme une mendiante! Mais ils me criaient: Viaaaa! Va viaa! Va via! Comme ils sont durs! comme ils sont durs!
Una nostra risata fragorosa accoglie questa descrizione dei forti, impetuosi soldati italiani colla loro pratica intelligenza decisa, rozza e senza smorfie.
—Vedete, signor conte: questo contrasto tra i bersaglieri ciclisti che giustamente sbrigarono le cose con voi, e noi altri che a vittoria compiuta siamo lieti d’invitarvi a pranzo, è tipicamente unicamente italiano. La nostra razza è superiore a tutte le altre razze perchè sa capire, dosare tutto nel tempo e nello spazio. La razza tedesca, gonfia di prodotti inutilizzabili da spargere sul mondo e ubriacata da una spaventosa preparazione militare meticolosissima, ha con una assoluta mancanza d’elasticità spirituale dimenticato che la forza pur dominando nel mondo deve fare i conti sempre con lo spirito. Voi avete misurato a cifre le nostre forze, ignorando forse, per il cretinismo dei vostri informatori, che il popolo italiano ha una grande anima potentissima, geniale, ricca di tutte le possibilità improvvisatrici. Questa anima dormiva e voi che contavate solamente il numero dei nostri cannoni, ci avete in blocco disprezzati, considerati come quantità trascurabile. L’Italia, avete pensato, marcerà con noi, obbedendo a noi. Se non marcerà con noi resterà neutrale. Ma l’anima italiana che aveva contato e ricontato tutte le offese i soprusi e i disprezzi, pur avendo mille ragioni per non battersi (triplicismo, propaganda pacifista, assoluta impreparazione ecc.) è scattata nel momento più pericoloso, sicura d’improvvisare ciò che non aveva preparato, e d’imparare la guerra facendola e vincendola. Ciò che avete fatto nel Belgio, i vostri siluramenti di navi inermi, il pericolo dell’egemonia tedesca che non ha e non può avere nessuna ragione d’essere mai, il desiderio rivoluzionario di noi futuristi italiani che volevamo ripulire l’Italia di tutto ciò che vi è di vecchio e specialmente del papato, scopatura che non si poteva fare con un impero Austro-Ungarico in piedi ecc. ecc... Ecco infinite ragioni per le quali siamo entrati in guerra, ma certo in tutti gli Italiani, dal più umile fante al Comandante Supremo, c’era un’altra ragione potente!
«Volevamo dare con una lezione violenta a voi cocciuti professori medioevali d’arte guerresca, un brillante spettacolo d’Italianità, che significa fulminea genialità improvvisatrice, eroismo senza educazione guerresca, massima elasticità nel passare dalla violenza utile ad una assoluta bontà coi vinti e i disarmati. Ricordatevi che in questa guerra ogni pattuglia italiana aveva almeno uno scopritore di terre, un meccanico inventore, un poeta e un padre affettuoso.
«Volete conoscere il piano vittorioso del generale Caviglia? Eccolo:
«Dopo un’intensissima azione dimostrativa sul Grappa, per attirarvi il nemico, sfondare con 21 divisioni, separando la massa austriaca del Trentino da quella del Piave, e, con azione avvolgente, provocare la caduta dell’intera fronte montana.
«La più settentrionale delle armate austriache, la sesta, aveva per linea di rifornimento Vittorio-Conegliano-Sacile. Bisognava dunque conquistare Vittorio Veneto tagliando questa linea. Poi, puntare con azione avvolgente su Feltre, cioè sul tergo del Grappa, facendolo cadere per manovra.
«Subito dopo, raggiungere la convalle bellunese, puntando per le vie del Cadore e dell’Agordino.
«Gli ordini di concentramento di forze diramati il 25 settembre ebbero principio di esecuzione il 26.
«Tra il 26 settembre e il 10 ottobre, 21 divisioni, 800 pezzi di medio e grosso calibro, 800 pezzi di piccolo calibro e 500 bombarde, si schierano sulla nuova fronte. Quattrocento pezzi tolti da altri settori sono trasportati sulla fronte del Grappa.