Io amo i seni piccoli, vivaci, spiritosi. Questi di Rosina sono invece un po’ grassi e lievemente materni. Ma la bella cupola militare del ventre è perfetta. Sotto l’ombelico una lievissima depressione perpendicolare discende, piccolo sentiero appena marcato e si perde nell’ombra triangolare fra le cosce. Ancora più ammirevoli. Hanno muscoli sodi, mascherati dalla più dolce carne. Bei cuscini soffici e nuovi con ricche molle di muscoli.
Ma Rosina si annoia di tanta estetica scultoria. Nuovi baci, nuove carezze e nuova pausa con relativo chiacchierio sul marito che Rosina critica ora come un vizioso parassita amico delle prostitute.
Il nostro dialogo è interrotto da un balzo di Zazà che vuole accucciarsi fra noi.
La mia cagnetta di guerra non conosce le donne. Ha sempre vissuto in mezzo ai soldati ed è decisamente ostile ai dissolventi profumi carnali. Mi ammonisce abbaiando, richiamandomi all’antica castità. La caccio via, rimbalza su. La mando dall’attendente nel corridoio.
Io sono ormai sufficientemente premiato. Ho centellinato e masticato deliziosamente tutte le ghiottonerie di quel letto imbandito come una tavola di re.
Nell’annotare sul mio libriccino la mollezza soave delle due bende di capelli che coprono le piccole orecchie di Rosina ho sentito gonfiarsi nel mio cuore un oceano di pensieri e ormai il mio spirito vi veleggia sopra, con le sue vele date al tondo soffio delle purezze astratte.
Dico a Rosina concludendo:
—Non ti potrò mai dimenticare, poichè sei veramente la figlia del nostro Piave devoto e della vittoria!
Poi soggiungo:
—E anche la figlia della luna augurale!