Giù intanto sulla riva gli equipaggi della Luna si imbarcavano. I remi riprendevano il loro grave sonnolento fruscia-a-are, fruscia-a-a-are fruscia-a-a-a-are schiumare tubare nelle onde colombe sulle tombe rapite ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del mare.
Sparvero ad uno ad uno ritirando su, su fino al cassero della Luna tutte le scie d’argento, i canotti bianchi, e le vaste reti di profumi pieni di pesci d’oro guizzanti.
La mia amica languiva al mio braccio, io avevo sonno; ma i mutilati riaccendevano con le stampelle alzate l’orchestrina di nervi e fibre che sull’alta terrazza miagolava, strillava, singhiozzava come mille gatti in groviglio d’amore.
Il tenente bersagliere correva dimenandosi e cantando:
—Un valzer pazzo, il più pazzo dei valzer, vogliamo! E’ troppo lento, questo! Sfondiamo il pianoforte!
Con un pugno rovesciò a terra il pianista e si mise a tempestare la tastiera con le mani e coi piedi. Sradicò con un calcio il pedale e si sforzava di scandire un valzer terrificante colpendo, di tanto in tanto i bemolli col suo mento d’argento. Gli ultimi saluti della Luna, ironici, mettevano fra lui e la tastiera una risata candida di fiume africano che cento elefanti bevessero con proboscidi d’argento russanti come canne d’organo.
—Bisogna che la Primavera scoppi nel pianoforte. Mi sento nel sangue, e anche voi, cari mutilati, vi sentite nel sangue una Primavera diabolica, mille primavere equatoriali. L’Africa mi divampa nelle gote e arroventa il mio mento! Se non fosse d’argento sarebbe già liquefatto!
I mutilati intorno danzavano tutti, tutti, alcuni sulle mani e sui piedi come orsi, altri sulle stampelle, altri in bilico su un piede. Altri si rincorrevano come belve nei cespugli.
Fuori sulla terrazza, uno più ebbro degli altri, sull’altalena, abbracciato con una donna seminuda volava volava inargentandosi in alto di luna tra i fogliami. Certo un soprannaturale sciampagna li esaltava. Anche le donne erano impazzite. Una vergine bellissima si spalancò così a pochi metri di distanza, fra due rosai, al desiderio feroce d’un alpino, che, mutilato delle due braccia, realmente le mangiava di baci il viso, imprimendole il suo amore fra le poppe coi colpi reiterati del suo petto.
Un’ora dopo sulla soglia del Casino paradisiaco io gridavo ai miei amici: