Genova è in festa per l’American-day. Suono di trombe, folla, folla, folla. Balconi riboccanti, vasta primavera dilagante di toilettes femminili, scugnizzaglia sospesa sui capitelli.
S’avanzano gli inglesi. Elegantissimi. In testa un giovane tenente dandy con lo stick sotto il braccio. Furoreggia la banda Americana. Come un bambino gioca il capobanda issando in alto il lungo bastone d’argento. Più volte lo fa piroettare e intorno a sè lo mulina come per vestirsi di veloci ruote d’argento. Poi lo punta davanti imitando lo stantuffo. Il sole d’Italia squilla, scatta, rimbalza sulle trombe d’alluminio, si affanna a lucidare e abbellire quel popolo venuto attraverso l’oceano dal lontano pacifismo per fare anch’egli la guerra in nome della libertà minacciata. Il sole polemizza coi pacifisti anch’egli verniciando di giustizia vendicativa la primavera sanguigna dei Cow-boys.
Passano fra le due ali di popolo pigiato, variopinto che schizza bambini tra le maglie dei carabinieri. La strada è vuota.
Sono le Forze invisibili che la mantengono così vuota sotto la pioggia di fiori, fiori e cuori che cadono dai balconi.
Le Forze impongono a tutti un’incosciente ammirazione per le virtù guerriere e per l’eroismo prossimo-sicuro di questi nuovi soldati aggiunti a tanti altri impiegati laggiù al nuovo mestiere indispensabile di cannoneggiare.
Gli americani hanno l’aria di soldati improvvisati. Passo elastico dei pelli rosse. Questi lottarono nel Far-West per la loro libera razza perseguitata. Quelli imitano in Europa la spavalda e scattante agilità cauta, vellutata dei pellirosse fra le liane e nelle alte erbe.
Seguiamo la sfilata degli americani ordinatissimi, visi radiosi. Zampilla dai loro passi un ritmo di Cake-walk. Poichè sono sensibilissimo e il mio cuore subisce i pizzicati della mia immaginazione visionaria, io vedo in sogno le grandi masse americane rimescolate da sentimenti europei nei vasi capaci delle ampie città lontane. Vedo le masse americane canalizzarsi verso i porti, riempire gli enormi trasporti e in questo Waterland che contiene 12.000 soldati, traversare le lunghe monotonie astratte meditanti dell’Atlantico, poi colare come un fiume nelle città italiane e su, su ramificarsi nei budelli delle trincee sotto crollanti soffitti di ferro nella battaglia delle nazioni.
Ho un singhiozzo alla gola nel partecipare lucido e cosciente col mio corpo di soldato e il mio cervello faro onnipresente a questa fusione storica nel crogiuolo europeo.
Nella arena vasta si svolgerà una finta battaglia. Al centro un cinematografista è seduto comodamente come un pascià vicino al suo apparecchio mentre tutti sono in piedi militarmente. Simbolo del falso genio-letterato tipo Romain-Rolland che guarda, controlla e merita una bomba d’areoplano. Un fotografo punta la sua macchina sotto la seta nera lucida come una groppa. Sembra un toro, corna puntate e zampe posteriori aperte. O semplicemente un dannoso o inutile critico di strategia militare.
Una compagnia di allievi caporali italiani entra nell’arena. Allineamento perfetto. Geometria di linee. Tutti i torsi all’indietro come per tirare una fune. Tutti i torsi in avanti come per slanciarsi. Si vede il bianco dei polsini muoversi insieme, a distanza uguali, le braccia remare nell’aria con parallelismo stupendo.